“L’APERITIVO”, IL NUOVO ROMANZO DI ROSSELLA CIRIGLIANO
Un thriller con risvolti surreali è il nuovo romanzo che Rossella Cirigliano, già autrice di titoli importanti come “L’undicesima porta”, “Bestia senza tempo” e “La terza sorella”, propone ora ai suoi tanti ed affezionati lettori. Uscito anche in formato elettronico, quest’ultimo libro è tutto ambientato ad Ostia, il quartiere marino di Roma, alla periferia estrema della capitale, ed ha come protagoniste due donne, Emma e Nora, che combinano un appuntamento di una mezz’oretta, per prendere insieme un aperitivo. Invece l’incontro, fitto di dialoghi e reminiscenze, si dilata per alcune ore, causa maltempo. Soprattutto, le due donne cercano di capire le vere cause della morte di una terza persona, Vittoria, sposata, che sembra essersi buttata dal balcone di casa (proprio lì, vicino al bar) e che una delle due donne conosceva da molto tempo…
Si rievocano così fatti, ambienti e persone legate ad Ostia, coprendo un arco temporale che va dagli anni Settanta ad oggi. La vicenda, che assume toni simbolici ed universali, diventa scavo psicologico, denuncia sociale, scandaglio sentimentale. Il lettore la segue con passione, fino ad un finale davvero a sorpresa… Nel frattempo è catturato da una trama dallo sviluppo interessante, fedele alle regole del giallo, con veloci pennellate mistery. Fino al finale che attinge alle vette (o agli abissi) del pessimismo cosmico.

“BERNINI TRADOTTO. LA FORTUNA ATTRAVERSO LE STAMPE DEL TEMPO (1620-1720)” DI BENEDETTA CIUFFA (ARTEMIDE EDITORIALE)
Questo volume intende colmare una vistosa lacuna nell’ambito degli studi berniniani e offrire un contributo inedito alla definizione critica della figura dominante del Barocco romano. Molto si è scritto su Gian Lorenzo Bernini, ma alla fama di questo artista non hanno contribuito solo le penne dei suoi sostenitori e detrattori, ma anche la circolazione delle stampe coeve, una sorta di “istantanee del passato” in grado di raggiungere «le più lontane nazioni»: incisori italiani e stranieri si sono confrontati con le opere del maestro, dando alla luce un gran numero di riproduzioni che le botteghe calcografiche romane, spesso in competizione tra loro, producevano con ritmi serrati per soddisfare le richieste di un vasto pubblico. La fortuna grafica delle opere del Bernini è documentata dall’ampio catalogo, che conta oltre cinquecento incisioni: una sorta di “Galleria Berniniana”, circoscritta agli anni in cui l’artista è ancora in vita e ai decenni successivi. Il volume Bernini tradotto costituisce un repertorio insostituibile rivolto a tutti gli studiosi del Barocco e del suo più grande interprete.
Benedetta Ciuffa, dottoranda in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma Tor Vergata, attualmente conduce una ricerca sull’attività romana di François Spierre, scelto da Bernini e da Pietro da Cortona quale interprete delle loro invenzioni. Ha concentrato un’ampia parte della sua attività di ricerca sullo studio dell’arte grafica del XVII secolo e ha collaborato, nel 2009, alla pubblicazione del volume La raccolta di matrici della Calcografia romana a seguito di una pluriennale formazione presso l’Istituto Centrale per la Grafica.

”PROFILI” di Nadia Tomasetta (Recensione di Anna Rizzello)
Partendo da quando era piccola, l’autrice analizza i suoi rapporti con i famigliari e vuole scoprire per quali motivi e in quali circostanze erano sbagliati. Vivere, insieme al fratellino, a casa della nonna paterna e delle sue zie rendeva tutto molto complicato e gli incubi notturni arrivavano puntuali! Durante i periodi di festività erano più facili le accuse e le incomprensioni e l’angoscia e la paura andavano di pari passo con gli improperi e le bastonate della “nonna sadica, dal comportamento totalitario”. L’amore in qualsiasi relazione è il carburante della serenità, ma la protagonista era destinata a soffrire e doveva inevitabilmente soccombere per naturale inferiorità. Nonostante tutto, Nadia Tomasetta, in questo libro non lesina pagine di infinita dolcezza appresa dall’amorevolezza di qualcuno che, comunque, ha fatto parte della sua vita. Sostiene che “gli inetti non pensano quando fanno del male e quindi vanno assolti per incapacità di intendere e di volere”. Perciò, l’aver perdonato gli altri e soprattutto se stessa significa che ha dentro di sé un amore grande, quell’amore che lei chiama Dio, nonostante si dichiari atea.

 

“IL VIGILANTE MASCHERATO” di Aurora Drago
(Recensione di Anna Rizzello)
“Il Vigilante Mascherato” è un libro che cattura il lettore sin dalle prime frasi per lo stile, le descrizioni e il modo di raccontare. L’autrice è unica ed inimitabile! Sapere che questo libro è stato scritto da una ragazza quando era poco più che quindicenne, non gli si dà molta importanza anche se incuriosisce, ma leggere una storia così ben articolata, con una padronanza linguistica da esperta, non si può dire che “Brava Aurora Drago!” Attraverso i suoi protagonisti insegna così “bene a stare al mondo” che sembra un’adulta ricca di valori… e poi… quella frase – ”Quel mondo che tutto corrompeva e reprimeva il diverso” – dice veramente tanto: esprime il suo modo di vedere la “brutta” realtà. Ecco perché cerca e trova, con l’utilizzo di una maschera apparente o reale, il modo di adattarsi e cela debolezze ed emozioni “per domarle e soffocarle”. La fantastica storia, con un intreccio di magia e mistero, corruzione e male, crudeltà, follia e combattimenti, è ambientata in un’epoca oscura dove è rara la bontà d’animo! Tuttavia, Aurora Drago sa trovare chi non resta indifferente né insensibile al dolore che prova un bambino abbandonato e che si sente indesiderato. In quel mondo di pura immaginazione, tra nobiltà arrogante e la presenza di creature misteriose dai poteri magici, c’è un nobile uomo che adotta il piccolo eroe e gli suggerisce importanti insegnamenti e corrette responsabilità nel gestire i “poteri” affinché trionfi il “Bene”!

60 ANNI DA FIABA PER ROSASPINA
Un anniversario importante per La bella addormentata
Di Nunziante Valoroso

Ha compiuto da poco 60 anni. È uno dei lungometraggi animati di Walt Disney più amati e popolari e, dal punto di vista artistico, certamente il più ambizioso e uno di quelli più raffinati. Sleeping Beauty, tratto dalla famosa fiaba di Charles Perrault, venne presentato al pubblico americano nel gennaio 1959, dopo sei anni di gestazione; il film può definirsi il Ben Hur dell’animazione, girato su grande schermo, con suono stereofonico e un budget di sei milioni di dollari. Disney desiderava realizzare un lungometraggio animato che potesse essere visto come una serie di affreschi in movimento. Trovò nel pittore Eywind Earle l’uomo giusto. Earle venne incaricato di occuparsi in prima persona della preparazione dei disegni e della stilizzazione dell’intero film. L’opera di Earle pervade l’intera pellicola e l’appassionato d’arte potrà trovare, nel disegno geometrico e nell’assenza di rotondità, raffinati richiami ad artisti quali Durer, Van Eyck, Brueghel e ai manoscritti francesi miniati del 15° secolo. Inoltre la cura nel dettaglio della rappresentazione degli ambienti, siano essi una foresta o un castello, ci porta ad una concezione scenografica molto diversa da quella di Cenerentola o Biancaneve, con un evidente richiamo a Paolo Uccello, Botticelli e alla leggerezza e semplicità di Fra Angelico. Per un lavoro scenografico così dettagliato ci voleva un sistema di ripresa delle immagini altrettanto spettacolare: la Technicolor aveva da poco sviluppato un sistema chiamato Technirama, che combinava il Vistavision della Paramount con il Cinemascope della Fox: la macchina da presa permetteva lo scorrimento orizzontale della pellicola (come in una macchina fotografica) e ogni fotogramma, che nel Vistavision aveva normalmente un rapporto larghezza/altezza di circa 1,85:1, con l’aggiunta di un obiettivo anamorfico in fase di ripresa, presentava l’immagine in senso orizzontale leggermente compressa, in modo da registrare un campo visivo di rapporto 2,55:1. In fase di stampa si sfruttava la maggiore nitidezza del negativo e si potevano ottenere copie 35mm anamorfiche riducendo otticamente il negativo con un obiettivo che portava la compressione orizzontale allo standard Cinemascope e raddrizzava le immagini in senso verticale, ruotandole di 90°. La copia andava proiettata con un obiettivo per il Cinemascope e il suono poteva essere sia monofonico sia stereofonico a quattro piste magnetiche. Inoltre era possibile stampare il negativo su pellicola 70 mm, con un suono stereofonico a cinque piste magnetiche e rapporto larghezza/altezza di 2,21:1. I personaggi furono concepiti in modo da fondersi con le scenografie e gli animatori spesso non riuscivano ad adattarsi al bello ma complicatissimo stile di Earle. Il risultato finale fu comunque stupefacente: si ha davvero l’impressione di un affresco medievale che prende vita davanti ai nostri occhi.
Altro punto di forza del film è la perfetta sceneggiatura, basata su un adattamento di Erdman Penner, che combina con stile e classe elementi originali con il fulcro della favola classica, concedendosi anche qualche piacevole digressione, come la passeggiata di Aurora nel bosco, che finisce però per essere funzionale sia allo sviluppo del personaggio sia all’innamoramento dei due protagonisti, in modo che l’incantesimo possa spezzarsi nel finale. L’altra importante variazione rispetto all’originale è il fatto che il principe e la protagonista sono promessi sposi sin da piccoli e non lo sanno: quando si conoscono si credono entrambi contadini e rifiutano l’idea di un matrimonio regale; inoltre il sonno lungo cento anni rimane un semplice progetto della strega Malefica: nel dono della fata Serenella non è specificato quanto Aurora dovrà dormire (a conti fatti il sonno durerà solo una notte).
Il film è stato spesso in passato paragonato sfavorevolmente a Biancaneve e Cenerentola, accusandolo di troppa freddezza. E’ senza dubbio vero che Disney ne seguì poco la lavorazione perchè impegnato con la progettazione del parco tematico Disneyland e con i film dal vero; d’altra parte La bella addormentata è impostato più come un kolossal spettacolare che come una storia romantica e la sua eroina è molto meno presente sullo schermo rispetto alle “sorelle maggiori”. Le emozioni del film derivano più dalle scene avventurose e meravigliose che non da quelle commoventi. Le immagini sono potenti e il colore viene usato in modo funzionale alla narrazione come mai era stato fatto prima: i vestiti delle tre fatine cambiano sfumatura quando ci troviamo in ambienti scuri; i toni verdastri che caratterizzano il personaggio di Malefica pervadono gli ambienti quando la strega è in azione; quando le fate addormentano il castello tutto e tutti diventano di color grigio-verde. Deliziosa è poi la sequenza in cui Flora e Serenella ingaggiano una battaglia a colpi di magia color rosa e azzurro mentre litigano per il colore del vestito di Aurora. Il climax del film è però tutta la scena della liberazione del principe da parte delle fate, la sua fuga dal castello di Malefica, la crescita della foresta di rovi e la trasformazione a vista della strega in un terribile drago. Gli effetti speciali, i colori e l’animazione raggiungono qui vette insuperate, con un uso dello schermo gigante esemplare. Fu giocoforza per Walt Disney scegliere come colonna sonora del film brani del celebre balletto di Ciaikowsky. Il difficile compito di adattare i temi del compositore alla storia animata venne affidato a George Bruns che da allora diventò per molto tempo il direttore musicale di fiducia dello studio. Bruns fece un lavoro brillante, coinvolgente ed estremamente evocativo: basta ascoltare i brani che commentano sequenze come il litigio delle fate per il vestito, la suggestiva scena del rientro di Aurora al castello, la scena della maledizione e la lotta del principe col drago. Tutta la partitura venne registrata da Bruns in Germania dove all’epoca erano disponibili i migliori apparati per la registrazione stereofonica, con la collaborazione della Berlin Simphony Orchestra.
Importantissime per il film sono le canzoni, sempre tratte da temi di Ciaikowsky, tra le quali spiccano il valzer Once upon a dream (Io lo so), composto da Sammy Fain e Jack Lawrence e I wonder (Mi domando), composta da Bruns su testo dei cosceneggiatori del film Winston Hibler e Ted Sears, affidate, nella nostra versione, alla magica voce di Tina Centi. Il film fu presentato in Italia per la prima volta nel dicembre 1959 e grande fascino gli viene anche dalla perfetta versione italiana, scritta da Roberto de Leonardis, con voci indimenticabili come Maria Pia di Meo (Aurora), Sergio Tedesco (il Principe Filippo), Tina Lattanzi (Malefica), Lydia Simoneschi, Rina Morelli e Flaminia Jandolo (le tre fate, Flora, Fauna e Serenella).

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Media manager: Michele Porcaro

PRISMA. Di Gianni Maritati. Con Ruggero Pianigiani
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