“AL CENTRO DELLA CITTA’ METTEREI L’UOMO”: TORNA IL 23 E 24 FEBBRAIO LA FESTA DEL LIBRO E DELLA LETTURA DI OSTIA DEDICATA AL VESCOVO CLEMENTE RIVA A VENT’ANNI DALLA MORTE

Sarà tutta dedicata al ricordo e all’attualità della figura del vescovo rosminiano Clemente Riva, a vent’anni dalla morte, la 25.esima edizione della Festa del libro e della lettura di Ostia che si svolgerà sabato 23 e domenica 24 febbraio 2019. La manifestazione, come sempre ad ingresso libero e gratuito, si svolgerà presso il Teatro-Salone multimediale della Chiesa di S.Monica, in piazza S.Monica, ad Ostia Lido (Roma). Il tema della Festa è preso dall’ultimo libro di Mons. Riva: “Al centro della città metterei l’uomo”. Per l’occasione il libro – disponibile alla Festa – viene riproposto in una nuova versione arricchita e pubblicata dalle Edizioni Rosminane di Stresa in collaborazione con l’Associazione culturale che ad Ostia porta il nome del vescovo scomparso nel 1999 e della quale verrà proiettato un video che ne sintetizza la storia dal 2010 al 2018.
Non solo. Verrà allestita anche una Mostra sull’attività pastorale e culturale di Mons. Riva. Il sabato pomeriggio è previsto il momento più importante: uno speciale Incontro su Mons. Clemente Riva con tante personalità del mondo religioso, ecclesiastico e culturale. Com’è tradizione, inoltre, migliaia di libri usati, in ottime condizioni e di tutti i generi, saranno disponibili ad offerta libera. La raccolta fondi è a favore della stessa Associazione culturale per sostenerne le tante iniziative educative, sociali e culturali legate al ventennale che proseguiranno per tutto il 2019. Tantissimi gli ospiti: Nadia Tomasetta, Fernando Santini, Luigi Arcari, Aurora Drago, Pierluigi Califano, Angelo Andrea Vegliante, Marco Ciambra, Lucianna Argentino, Maria Grazia di Marzio, Renato Costa, Agostino D’Antoni.
Per info: assclementeriva@gmail.com; g.maritati@tiscali.it; 380.1805830

La dolcezza dell’inquietudine: il lato nascosto ed ambivalente di Giovanni Pascoli (di Carla Caputo)
Un lato oscuro e poco definibile si nasconde dietro la figura “borghese” e “familiare” del poeta romagnolo Giovani Pascoli (San Mauro di Romagna 1855-Bologna 1912). Ricordato per la grande poetica del “fanciullino” che “vede tutte le cose come per la prima volta”, per la tematica del “nido” e celebratore del piccolo mondo rurale e di tutte le “piccole cose”, Pascoli inaugura una nuova poesia definita come pura. Ma all’interno di questa cornice dove tutto appare in virtù del – potremmo dire – “fare bene” e “buon operare”, sorge un quadro dove (metaforicamente) i volti sono coperti o i paesaggi appaiono incerti ed inquietanti. Per un parallelo artistico-letterario, questa ‘inquietudine’ che si nasconde dietro i versi del Pascoli, proporrei la serie di quadri di Edward Munch “Malinconia”, non a caso prime opere di matrice simbolista.
In questo articolo due sono i lati del Pascoli che ho deciso di prendere in esame: quello decadente e di conseguenza, quello ambivalente. Ci serviamo dunque di due poesie tratte da Myricae (1891-1903): Il lampo e L’assiuolo. La prima delle due poesie presenta uno scenario inquietante e tragico, dove il richiamo all’occhio suggerisce una componente, insita in Pascoli, simbolica. Il testo di prefazione al componimento poetico, rende ancor più l’idea di ciò che si cela dietro i versi del poeta: una metafora che sta ad indicare la perdita prematura del padre che ha condizionato l’intera lirica pascoliana, lo smarrimento del nido. Ancora nella poesia L’assiuolo, in uno scenario notturno abbozzato e sfumato, dove alle parole musicalmente dolci come <<un’alba di perla>>; <<il mandorlo e il melo>>; <<stelle>>; <<sinistri d’argento>> si contrappongono quelle più stridenti e cupe come <<nero di nubi>>; <<fratte>>, <<squassavano>> e <<tintinni>>, si può delineare, lo stato d’animo del poeta ancora una volta dominato dall’inquietudine di fronte all’ignoto che lo porterà nel penultimo verso ad avvertire <<quel pianto di morte>>. A queste sensazioni, celate dietro l’alba di serene atmosfere, si può dunque arrivare alla constatazione del Pascoli che oggi gode di minor credito: un grande decadente. Un poeta che sembra “accontentarsi” della sua modesta situazione ma che scovando nel profondo è in perenne auscultazione del mistero che è al di là delle cose più usuali, le stesse “piccole cose” che riporta in versi, caricandole di sensi allusivi ed, appunto, simbolici. Scruta le zone più torbide della psiche, portandone alla luce i “mostri”, una sensualità perversa e morbosa espressa nel simbolo del fiore maligno, velenoso ma ammaliatore (vd. Digitale purpurea). Notiamo dunque un’ambivalenza che potremmo più chiaramente sottoscrivere come “i due Pascoli”: il cantore della normalità piccolo-borghese e colui che si fa portatore dell’irrazionalità attraverso la quale scopre realtà inaudite.
Questi “due Pascoli” si incrociano, però, nella costante celebrazione di tematiche quali il nido ed il fanciullino e nonostante l’ “accettazione” della realtà piccolo-borghese, leggiamo allo stesso tempo, una criticità nei confronti della società moderna al poeta. A questa ambivalenza di tipo ideologico, chioso con quella di tipo espressivo ovvero il linguaggio. A questo punto, è utile soffermarci su un saggio di Gianfranco Contini dove il critico letterario punta proprio l’attenzione su questo aspetto. Contini dà un taglio – a mio avviso – violento su quello che è stato fin allora la riuscita del linguaggio pascoliano definito come “familiarità quotidiana”, mettendo alla luce quella da lui definita come “differenza rispetto alla norma” ovvero la vastissima presenza di latinismi, prestiti, onomatopee. Un linguaggio che va perfettamente a rispecchiare l’ambivalenza del poeta, paragonabile quindi alla sua visione del mondo. Ma serviamoci del Contini: “Quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che dell’universo si ha un’idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo, ontologicamente ben determinato, dove i rapporti tra l’io e il non-io, tra l’uomo e il cosmo sono determinati […]. L’eccezione alla norma significheranno allora che il rapporto fra l’io e il mondo in Pascoli è un rapporto critico, non è più un rapporto tradizionale”. Ecco, dunque, che cade l’idea del Pascoli (anche se prende vita in buona parte dei suoi componimenti) come appagato della sua mediocrità di vita, chiuso nella sfera degli affetti domestici, celebratore della realtà piccolo-borghese e si delinea la vera essenza di quel – definito da Sanguineti – “homo pascolianus”.
Concludo con un passo del famoso discorso del “Fanciullino” di Pascoli, vólto – a mio avviso – rassicurante ma allo stesso tempo “interrogativo” della seconda metà dell’800. “Direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realtà presente, trovi belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane o chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede?”

“IL RITORNO DI MARY POPPINS” (di Paola Mancurti)
Negli Stati Uniti la rivista People ha interamente dedicato un numero speciale al recente ritorno cinematografico di Mary Poppins. Il contenuto della rivista – che ha come titolo “La guida pressoché perfetta a Mary Poppins” – è interessante e molto articolato: oltre ad una serie di immagini del set e dei costumi e ad interviste ad attori e tecnici che hanno fatto parte del cast, offre anche una panoramica retrospettiva sul film del 1964.
L’introduzione, da me tradotta in italiano e di seguito riportata pressoché integralmente, narra in breve le più recenti vicissitudini “cinematografiche” di questo personaggio.
“Arrivederci, Mary Poppins! Non stare via troppo a lungo! grida Bert mentre soffia il vento e Mary Poppins si innalza sopra Londra, ombrello in aria, alla fine del film del 1964. […] I bambini che avevano letto i libri di Pamela L. Travers sapevano che Mary Poppins sarebbe tornata. […] Walt Disney teneva i libri della Travers nella sua libreria ma prima della sua morte non riuscì a far cambiare opinione alla scontenta scrittrice. Fino a quando la Travers accettò che nel 1993 il produttore teatrale inglese Cameron Mackintosh realizzasse una versione per il palcoscenico, a condizione però che il suo team creativo non includesse degli americani; dopo la sua esperienza con Disney riteneva che nessun americano avrebbe più dovuto aver a che fare con la sua bambinaia. Il regista del nuovo film, Rob Marshall, è cresciuto però a Pittsburgh. Quando aveva cinque anni vide il film, che cambiò probabilmente la sua vita. “E’ stata la mia iniziazione al film, all’avventura, alla fantasia e al musical” – dice Marshall – Iniziò la carriera come ballerino, ma dopo un incidente in scena passò prima alla coreografia e poi alla regia. Anni più tardi, dopo che la Travers accettò di aprire di nuovo i suoi libri alla Disney, lo studio contattò Marshall (che aveva dimostrato il suo valore musicale con un adattamento di Chicago) per realizzare un sequel. “Per prima cosa ci si sente scoraggiati, perché come si può stare allo stesso livello di quel perfetto film originale?!” egli dice. Ma superando poi quel momento di esitazione Marshall ha firmato. ”Ho detto sì perché volevo essere sicuro che l’argomento fosse trattato con cura e con rispetto, e che non reinventassimo Mary Poppins in un modo che ci avrebbe fatto chiedere cosa fosse mai successo” . Marshall trovò dei fan ugualmente rispettosi nei produttori del film, John De Luca e Marc Platt. “Per noi tre il film è stato come un momento luminoso del nostro passato. E’ stato il primo film che tutti noi abbiamo visto – dice De Luca – Per i nostri nipoti era necessario stare attenti, prima di sapere come maneggiare questo gioiello… Noi non abbiamo mai tentato di migliorare l’originale… Noi abbiamo cercato di liberare le nostre menti da tutte le paure, di avere coraggio e di attenerci alla storia”. Non fu mai preso in considerazione un rifacimento. Marshall dice: ”La nostra sfida era quella di trovare un modo di ripristinare lo spirito dell’originale e di aggiungere qualcosa alla storia piuttosto che cercare di ripeterla”.
Inizialmente si chiesero se Mr. Banks potesse aver bisogno di essere nuovamente “salvato”. […] Alla fine ritornarono al testo della Travers, attingendo alle scene dagli otto volumi di Mary Poppins, che sono formate da vignette piuttosto che da un racconto scorrevole. […] E se, pensarono gli autori del film, fossero Jane e Michael, e non il loro padre, ad aver bisogno di un ricordo della loro infanzia?… Il nuovo racconto inizia nel 1934, 24 anni dopo l’ambientazione del precedente film… La moglie di Michael Banks è morta, lasciandolo con tre bambini e la casa che ha ereditato dai suoi genitori e che è in pericolo di perdere. “C’è una tristezza e una sorta di caos nella casa a causa della perdita della madre” dice Marshall. “I bambini sono diventati gli adulti della famiglia e hanno perduto il senso della meraviglia. Mary Poppins viene a guarire questa famiglia”. […] La protagonista di Marshall è più vicina alle sue radici letterarie. “Eravamo consapevoli che la Mary Poppins dei libri fosse un po’ più austera e autoritaria di quanto sia stata Julie Andrews – dice lo sceneggiatore Magee – E mentre nel nostro film il suo affetto e la sua giocosità si manifestano in ogni scena, ella fa del suo meglio per nascondere il fatto che quel suo lato esista”. Nella mente di Marshall, solo un’attrice ne sarebbe stata all’altezza. “Emily è stata la mia prima e unica scelta” – dice della Blunt, che aveva diretto nel film “Into the woods” del 2014 – “Ci vuole un complesso equilibrio per rappresentare Mary Poppins, e c’è un’onesta schiettezza in Emily, ma c’è calore e arguzia. Ed ha un grandissimo cuore”. […] Dice la Blunt: “So cosa ha rappresentato quel film per la gente. So che cosa significa quel personaggio per la gente”. La sua fiducia in Marshall, comunque, ha messo a tacere le sue paure: “Mi sono sentita così sicura con Rob, perché lui veramente mi capisce e io capisco lui. Mi ha fatto sentire come se stessi andando a fare una passeggiata nel parco”. Ma realizzare il film sembrò più simile a correre una maratona in montagna. Il cast passò quasi tre mesi a provare prima che le macchine da presa fossero in azione. ”Non accade mai, ma deriva dall’esperienza teatrale di Rob” dice Lin-Manuel Miranda, che interpreta Jack, l’amico lampionaio di Mary. […] Il giorno in cui il cast e la squadra arrivarono finalmente sul set, un euforico Marshall li accolse di fronte al numero 17: “Eccoci in Cherry Lane” esclamò con tale eccitazione – dice il produttore Platt – che fece sentire tutti noi come bambini con gli occhi spalancati. Sto parlando di un’intera squadra di elettricisti e di montatori, ognuno dei quali sentiva ogni giorno quella gioia e quella passione”. […] “Nessuno può dire se la stessa P. L. Travers sarebbe d’accordo – e forse non ha importanza – dice lo sceneggiatore Magee – Quando si fa l’adattamento cinematografico di un libro, non si sta distruggendo il libro. I suoi libri sono ancora lì. Non abbiamo l’intenzione di rappresentarli nel modo esatto in cui l’autrice li ha immaginati, né penso che sia la cosa giusta da fare. Il nostro lavoro è realizzare il miglior film possibile”. […] Con parecchie altre storie di Mary Poppins ancora rimaste, se tutto va bene, i fan possono stare tranquilli. Questa volta la bambinaia potrebbe tornare per un lungo periodo.

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PRISMA. Di Gianni Maritati. Con Ruggero Pianigiani
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