Appuntamento sabato 23 e domenica 24 febbraio

XXV FESTA DEL LIBRO E DELLA LETTURA DI OSTIA:
“AL CENTRO DELLA CITTA’ METTEREI L’UOMO”

In questo mese celebreremo la XXV edizione della Festa del libro e della lettura di Ostia, precisamente il 23 e il 24 febbraio. La manifestazione, ospitata nel teatro-salone della Parrocchia di S.Monica, sarà tutta dedicata al ricordo luminoso e all’attualità profetica del vescovo rosminiano Clemente Riva a vent’anni dalla morte.
Per l’occasione l’Associazione culturale di Ostia, che porta il suo nome e che dal 2010 organizza la Festa tre volte l’anno, ha ripubblicato in una nuova edizione l’ultimo libro di Mons. Riva. Il titolo del libro è anche il titolo di questa Festa: “Al centro della città metterei l’uomo”. Ne ha parlato anche il quotidiano cattolico “Avvenire” in un bellissimo articolo di Laura Badaracchi il 23 gennaio sorso (vedi sotto).
Sarà un momento importante di riflessione e di amicizia: conservare e valorizzare la memoria di un uomo stimato da tutti, anche da credenti di altre confessioni e religioni e da persone in ricerca, ci aiuta a capire i valori che “restano” in questo mondo confuso e quasi indecifrabile. E’ una memoria che ci aiuta a vigilare sempre su ciò che conta veramente.

DA “AVVENIRE”, 23 GENNAIO 2019. ARTICOLO DI LAURA BADARACCHI


LE VOCI DEI CARTONI ANIMATI (Di Nunziante Valoroso)
Il doppiaggio è una delle arti del cinema oggi tra le più seguite e commentate. Siti, manifestazioni, articoli, tesi di laurea, volumi sull’argomento sono sempre più numerosi. Dopo un relativo disinteresse perdurato fino alla fine degli anni ’70, dagli anni ’80 in poi un sempre crescente numero di appassionati si è interessato al magico mondo delle voci ed a scoprire i nomi e, più difficilmente, i volti di quegli attori che davano forma ai loro sogni di celluloide. La passione si è sviluppata soprattutto tra gli spettatori del cinema d’animazione. I primi film ad elencare, nei titoli, le voci italiane dei personaggi sono stati proprio lungometraggi Disney come Gli Aristogatti e Il libro della giungla e, con l’inizio di trasmissioni di serie animate giapponesi come Atlas Ufo Robot e Heidi, il culto verso doppiatori come Romano Malaspina (Goldrake) o Francesca Guadagno (Heidi) ha raggiunto altissimi livelli.
In questo panorama fa piacere l’uscita del volume “Le voci dei cartoni animati” edito da Felici, opera di Andrea Lattanzio, saggista studioso di cinema e di doppiaggio, che ha al suo attivo già altri quattro volumi sul doppiaggio e i doppiatori (ricordiamo almeno Il dialogo nel doppiaggio-Doppiatori e adattatori dialoghisti, sempre edito da Felici nel 2013, primo volume in assoluto a dare il giusto merito alla categoria dei dialoghisti, sempre poco ricordati, ma indispensabili sceneggiatori della filiera). Nelle sue 270 pagine il volume raccoglie, in ordine alfabetico, le schede degli attori e dei doppiatori che, nella loro carriera, abbiano avuto almeno un ruolo rilevante nell’animazione, cinematografica o televisiva. Di molti di loro abbiamo anche le fotografie, alcune mai viste.
Ecco, allora, in una affascinante galleria, Vittorio Amandola (indimenticata voce di Pippo negli anni ’90), Gigi Angelillo (zio Paperone), Nanni Baldini, Gianfranco Bellini (la voce di Hal9000 in 2001 Odissea nello spazio, voce di Rudy nella Carica dei 101 e dell’avvoltoio Tonto in Robin Hood); ecco la grande Rosetta Calavetta (voce di Marilyn), che scopriamo essere stata la prima voce di Biancaneve ma anche quella di Crudelia de Mon e della Rottenmeier di Heidi); Emilio Cigoli, alter ego di Gable e John Wayne, narratore ufficiale di tanti film e documentari di Walt Disney; Maria Pia di Meo, voce di Audrey Hepburn e Meryl Streep ma anche della Bella Addormentata nel Bosco; Vittoria Febbi, indimenticabile protagonista di Alice nel paese delle meraviglie; Lydia Simoneschi, la più grande delle nostre voci, alter ego italiano di Ingrid Bergman e Bette Davis, ma anche voce della Fata di Pinocchio, di Lady Cocca in Robin Hood e di tante altre caratteriste animate; Melina Martello, indimenticabile voce di Duchessa negli Aristogatti e di Biancaneve nella nuova versione italiana approntata nel 1972 da Roberto de Leonardis, dialoghista di fiducia di Walt Disney.
Abbiamo anche le schede di alcuni cantanti che hanno doppiato le parti musicali di film d’animazione celebri (Natalino Otto e Alberto Rabagliati, talent d’eccezione per Musica Maestro di Walt Disney; Lina Pagliughi e Gianna Spagnulo, che hanno cantato per Biancaneve nei due doppiaggi del film. Non mancano i profili di attori come Stefano Sibaldi (voce del topo Timoteo di Dumbo), Giuseppe Rinaldi (voce di Pongo nella Carica dei 101) e Pino Colizzi (voce della volpe Robin Hood) ed è interessante scoprire, nelle brevi biografie inserite in ogni scheda, di quanti importanti lavori siano stati protagonisti, tra cinema, teatro e televisione, i nostri doppiatori. La meraviglia nella lettura del loro curriculum diventa sorriso quando, alla fine di ogni scheda, leggiamo i personaggi animati interpretati da ognuno. Una lettura simpatica e ricca di chicche, consigliata ad appassionati e curiosi.

LE STANZE DELLA MIA ESISTENZA di Daniela Cococcia (di Anna Rizzello)
Daniela Cococcia, carica di vena letteraria e poetica, scrive il libro “Le stanze della mia esistenza” e lo dedica a coloro che vivono, soffrono nel silenzio e sanno che spesso parlare dei propri problemi non serve a nulla. Un diario! Così potremmo definire questo racconto, in cui Daniela affronta il problema della droga e parla del suo amico più caro. Christian ha vissuto un’infanzia travagliata e difficile in una famiglia senza amore. Christian ha cercato sempre e solo lei per confidarsi e per metterla a conoscenza di tutte le avventure e gli errori. Daniela, quindi, ha vissuto in silenzio la tragedia dell’amico, escluso dalla famiglia, e con grande dolore e preoccupazione lo ha sostenuto fino alla morte. Ha scritto questo libricino con un affetto impareggiabile, con una sofferenza profonda, con la consapevolezza che colui che inizia a drogarsi non smette più… ed è una lunga ed estenuante agonia! Lettere, poesie, promesse sono documenti di un aiuto e di un impegno che solo una grande amicizia sa mantenere. La tristezza e la disperazione pervadono queste pagine dove il destino è segnato dal vuoto della libertà e dal male che ne deriva.

Ungaretti: alla scoperta del segreto “della parola” (Di Carla Caputo)
Tra un fiore colto e l’altro donato / l’inesprimibile nulla. Questa la poesia ‘Eterno’ che compare in apertura della raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti “Vita d’un uomo”; Allegria (1914-1919), Ultime. L’autore, nato in Alessandria d’Egitto l’8 febbraio del 1888, già in questi versi innesca al lettore un “sentimento” o meglio un pensiero che potremmo ben definire “indefinito”. Dietro questa brevissima poesia, che rassomiglia ad un colpo al petto, pare nascondersi qualcosa di inafferrabile ed – a tratti – ineffabile, una siepe leopardiana dietro la quale si intravede lo sconfinato – definirei – “immateriale”, un cassetto contenente un segreto. Ecco, proprio il segreto sarà il punto cardine su cui ho scelto di sviluppare questo breve articolo. Il segreto di Ungaretti è – a mio avviso – una dolce ma inquietante sensazione che potremmo definire “consistenza immateriale” dove sviluppando il concetto: per “consistenza” riconosciamo la parola stessa in quanto scritta e per “immateriale” intendiamo il pensiero dietro la parola e di conseguenza il segreto stesso. La cosa che più ci affascinerà è, però, sapere che il segreto è nella parola stessa, in quanto, quest’ultima, non riuscirà mai a indicare ciò che realmente il “colpo d’occhio” del poeta ha colto, e il lettore, di conseguenza, può solo riconoscerlo in quanto “segreto” ma, con atteggiamento scettico, si abbandona alla “sospensione del giudizio” vagando nell’inesprimibile sentimento.
“Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde // Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto”. “Gentile / Ettore Serra / poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / è la limpida meraviglia / di un delirante fermento // Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”. Queste due poesie tratte da “Il Porto Sepolto”, intitolata la prima omonima alla raccolta, scritta a Mariano il 29 giugno 1926 e la seconda “Commianto” scritta in Locvizza il 2 ottobre 1916, portano ancor più alla luce il tema tanto caro al poeta: parola e segreto. Su questi due componimenti ricordiamo il critico letterario Antonio Saccone che scrive: “Come ebbe a postillare Contini, qui si spinge ad isolare il termine stesso <<parola>>. […] Lo sprofondarsi nel silenzio, nella consunzione della parola (poetica) equivale ad una ricerca tesa al suo riattingimento. Ritrovata la parola, essa si offre <<scavata>> come può esserlo un abisso. Lo scavo non può non essere infinito. […] Il rinvio è a un vuoto, uno spazio che non ha fondo, non ha fine: come tale quella parola è destinata a rimanere indefinita. La parola, una volta riattinta, rimane perciò scarnificata, priva di spessore, nullificata ma proprio per questo trascina verso un <<inesauribile segreto>>, fondato sulle ragioni più profonde e insondate dell’esistere”. (Antonio Saccone, Ungaretti, Salerno Editrice pp. 53-54)
Ma nel “nodo” che si strige al principio della corda che è la poesia, si nasconde una teoria sulla quale Ungaretti si soffermerà soprattutto nella stesura de “Il Porto Sepolto”. Stiamo facendo riferimento alla teoria del tempo di Henri Bergson. Per intendere al meglio ciò che voglio delineare nel rapporto parola-tempo, conviene soffermarsi su un’annotazione del poeta, che ne racchiude l’essenza.
“Il tempo è la primordiale intuizione della qualità, è la melodia dell’universo, di ciò che dura costantemente mutando, ed è nuovo costantemente e mutando crea, di ciò che non può esser raffigurato da quantità, perché cesserebbe, se potesse esserne interrotto il corso, d’essere il segno della vita e diverrebbe materia inerte. Non dico una figura spaziale ma la parola quale non riesce, per Bergson […] a aderire al moto del tempo e non perché non possa essere abbastanza fulminea nel suo riferire ma perché necessariamente ha una certa fissità, una certa rigidità”. (Daniela Baroncini, Profili di storia letteraria. Ungaretti, il Mulino, p.10).
Da questa annotazione ci torna chiara l’affermazione del poeta stesso ovvero “le parole sono pietre”. Le parole essendo tali, avendo una loro <<rigidità>>, non riusciranno mai ad esprimere tutto il senso del tempo che, inesorabile, scorre e muta e mutando, crea. La parola ferma quel millesimo di secondo di tempo che capta l’estro del poeta fino a, pur sempre parzialmente, fossilizzarlo. Ma la stessa parola che è figlia di quel millesimo di secondo, conserverà dunque un segreto, il segreto di ciò che (il millesimo di secondo) era un attimo prima, di come muterà dopo e di ciò che creerà. Di qui, uno stile, una retorica, un vocabolario settoriale faranno da filo conduttore per tutte le poesie di Porto Sepolto, nucleo originario di “Allegria”. Una rivoluzione stilistica, sgomberata dall’utilizzo della punteggiatura, caratterizzata dal verso “breve” e dalla sua frantumazione in “monadi verbali rarefatte sino al silenzio”. (vd. Baroncini, p.13). E ancora possiamo leggere in “Ragioni d’una poesia” – raccolta delle “mie prime annotazioni”, come scrive nella premessa Ungaretti, una raccolta di riflessioni che precedevano la stesura poetica ed analizzavano la stessa: “Ma noi sappiamo benissimo che, se per l’uomo tutto poggia sempre su un dato oscuro, nessuno sarà mai in grado di risolversi umanamente in tale dato senza confondersi, perdersi e annullarsi e anche sappiamo, non meno bene, che non ci saranno mai luci umane – né proustiane, né freudiane – capaci di renderci mensurabile tale dato, da rendercelo tale da vederci finalmente chiaro. Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene”.
Una sensazione, appunto, segreta e misteriosa, è sempre stata percepita dall'”indefinito” e non erroneamente etichettato “ermetico” Ungaretti, studioso di poeti, considerati da lui “maestri”, come Mallarmé e Leopardi. Scelta che chioserei con l’affermazione “non a caso”.
Proprio sui “maestri” mi preme ricordare, in conclusione, un’intervista fatta ad Ungaretti da Ettore della Giovanna, dove il poeta afferma: “I poeti che mi attrassero furono due. Uno è Leopardi, l’altro è Mallarmé. Io ho conosciuto Mallarmé ancora ragazzo, scolaro e mi battevo con i miei compagni poiché lo consideravano un poeta oscuro, e sinceramente, non lo capivo neanche io. Ma c’era qualcosa in Mallarmé che mi attraeva, sentivo che in quella poesia intensa, c’era un segreto e che la poesia è poesia solo quando porta in sé un segreto. Se la poesia è decifrabile, nel modo più elementare, non è più poesia. Anche la poesia che pare semplice, è una poesia che contiene un segreto” (intervista “Incontro con Giuseppe Ungaretti” a cura di Ettore della Giovanna, 1961, andata in onda su Rai Storia). Fin da ragazzo, quindi, il poeta ha interiorizzato e indentificato la poesia come portatrice, attraverso l’inesprimibile parola, di un segreto. Concludendo questo articolo, mi piacerebbe ricordare versi di una delle poesie più note ma più incisive di tutte, quella che – rievocando Leone Piccioni – potremmo definire “poesia maggiore” e che al meglio ricorda la Vita d’Uomo, la vita di Giuseppe Ungaretti: “Sono un poeta / un grido unanime / sono un grumo di sogni” (Italia; Locvizza-1 ottobre 1916).

Anteprime: Le nostre battaglie (Nos Batailles). Di Mario Dal Bello
Non perdete questo film diretto con autentica passione e finezza d’animo dal belga Guilaume Senez. Laura, forse depressa e comunque stanca di portare il peso della famiglia e del marito Olivier, molto preso dalla vita in fabbrica e dal sindacato, fugge di casa e non si fa trovare. Olivier non capisce, si trova da solo a gestire i due figli piccoli che cercano disperatamente la madre, anche fuggendo di casa per trovarla. L’uomo faticosamente rientra in sé stesso: è come suo padre – gli dice la madre che lo aiuta – che pensava solo al lavoro e lasciava su di lei la conduzione della famiglia. Olivier deve imparare ad accompagnare i figli a scuola, a nutrirli, ad addormentarli la sera. Scopre il mestiere di padre, un risvolto per lui del tutto inaspettato. Vorrebbe coinvolgere la sorella nella sua vita, ma lei giustamente vuole essere libera, e si ritrova solo. Lo sbandamento è inevitabile, ma rapido. Olivier ritrova i suoi figli e sceglie una via nuova. Delicatissimo, straordinario nel rendere la psicologia infantile – i ragazzini attori sono assolutamente naturali – finemente attento alle emozioni e ai sentimenti, il film,che ricorda lo stile dei Dardenne, non ha una sbavatura né un accento retorico o melodrammatico. E’ vivo, naturale, gioioso e dolente, anche grazie alla interpretazione davvero notevole di Romain Duris nei panni di Olivier che scopre lentamente la paternità. La vita è una battaglia. In fabbrica per difendere i lavoratori, in famiglia per difendere la sincerità degli affetti e le priorità. Come andrà a finire? Certo, Olivier è maturato e i bambini con lui. In attesa che la madre, forse, ritorni.
PRISMA. Di Gianni Maritati. Con Ruggero Pianigiani
PER RICEVERE LA NEWSLETTER, MANDARE UNA MAIL A: G.MARITATI@TISCALI.IT

 

 

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