QUANDO LA BIBLIOTECA E’ UNO SPAZIO VIVO

Ecco un saggio fondato sull’esperienza che invita a fare esperienza. E’ il libro di Catia Fieri dal titolo “Biblioteca 5.0. Uno spazio vivo” (Edizioni Graphofeel). Un manuale, anzi uno strumento di lavoro che ci aiuta a considerare la Biblioteca con occhi nuovi: uno spazio di cultura e di partecipazione, un luogo di incontro e di formazione in continuo contatto con la realtà esterna.
Uno spazio vivo, insomma, capace di adeguarsi alle esigenze e alle attese dei suoi fruitori. L’autrice, grande esperta del mondo della scuola e appassionata del mondo della lettura e della scrittura, parla non solo ad insegnanti ed educatori, ma anche ai responsabili della società civile, esortandoli con molte proposte pratiche a “ridisegnare” la Biblioteca come laboratorio culturale e centro di aggregazione sociale, come polo di incontro inclusivo e di arricchimento reciproco.
Anche il nostro approccio alla Biblioteca deve cambiare. Sicuri di trovare accoglienza e disponibilità, tra gli scaffali e gli strumenti multimediali di una Biblioteca abbiamo l’opportunità di crescere come cittadini, di conoscere nuove persone e nuovi ambienti sociali, di far circolare le idee. Perché la Biblioteca è un luogo ricco di stimoli culturali, di sollecitazioni etiche, di emozioni, di futuro, di creatività. Catia Fierli ci invita a fare un passo avanti e a metterci in gioco.

ANCORA I PROMESSI SPOSI? Di Michele Porcaro (dalla rivista “Kim”)
… a che servono davvero I Promessi Sposi?
Per riassumere i motivi per cui è utile leggere I Promessi Sposi ci vorrebbe un libro grande quanto I Promessi Sposi. Ma cerchiamo di stringere e di arrivare al nocciolo del discorso: I Promessi Sposi è un’opera indispensabile all’interno della cultura italiana. Indispensabile perché è un tassello importante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra letteratura.
Partiamo dal motivo forse più superficiale, ma solo apparentemente: I Promessi Sposi hanno introdotto in Italia il genere del romanzo storico. Prima dell’opera manzoniana, i “romanzi storici” in Italia erano semplici narrazioni prosastiche ambientate in un contesto storico che faceva solo da sfondo. Manzoni, ispirato dall’autore del celebre romanzo storico Ivanhoe, l’inglese Walter Scott (da cui prende in prestito il tòpos letterario del ritrovamento di un presunto manoscritto) ambienta una storia di finzione (fiction, come si dice oggi) in un quadro storico studiato fino in fondo, ricostruito con perizia filologica, quasi archeologica ma soprattutto topografica, dove gli eventi storici realmente accaduti e scientificamente verificabili (la peste, la rivolta del pane, la discesa dei Lanzichenecchi in Italia, ecc…) influiscono nella trama e nella psicologia attitudinale dei personaggi.
In secondo luogo, quello più importante, I Promessi Sposi sono la prima VERA opera in italiano. Chiariamo questo punto: non che Goldoni, Parini o Vico scrivessero in arabo, ma il loro italiano era una lingua pesantemente influenzata da dialettismi, arcaicismi, arcadismi e da forestierismi spesso non ben adattati. L’opera di Manzoni è la prima opera letteraria scritta in italiano moderno, comprensibile, che non necessita di troppe parafrasi. Ciò è indubbiamente il frutto di un percorso linguistico evolutivo voluto dal Manzoni stesso, che osservava, non senza dispiacere, che l’Italia era l’unico paese in Europa dove la capitale politica, Roma, non coincideva con quella linguistica, Firenze. Il risultato, la cosiddetta “risciacquatura dei panni in Arno”, è una lingua semplice, popolare (ma non plebea), familiare, senza troppi fronzoli ed epurata da lombardismi e francesismi comprensibili solo per un pubblico ristretto. Una lingua che sarebbe stata usata come modello di riferimento di scrittura sia per gli autori d’età successiva che per le generazioni di studenti dell’Italia postunitaria. Oggi come non mai, in una società dove la lingua sembra diventato un mezzuccio facoltativo, un’opera come I Promessi Sposi, che ci mostra un corretto e pulitissimo uso dell’italiano, è indispensabile come l’ossigeno, se non altro perché lo stesso Manzoni si è reso complice di quell’unificazione linguistica e culturale dell’Italia unita. (…)
Nelle stesse figure di Gertrude, la Monaca di Monza, e di Don Abbondio Manzoni (che pure mostra una certa sensibilità nei riguardi del cristianesimo) inserisce una velenosa critica rivolta non solo a quella religiosità ipocrita e forzata, per nulla spontanea e serena, ma anche a una chiesa corrotta e legata alla materialità: la prima perché la religiosità impostale dal padre l’ha resa una “sventurata”, “una larva come l’altre”; l’altro perché non ha preso i voti sacerdotali per questioni di spiritualità e vocazione, ma solo per avere una vita senza troppe preoccupazioni. E Gertrude stessa finisce per vivere una vita incompleta, per nulla appagante, sempre divisa tra i doveri monacali e quei piaceri carnali che la tonaca le nega. Ma a vincere questo scontro è la tentazione, che spinge la monaca ad avere una tresca illegittima con Egidio e a rendersi complice dell’omicidio di Caterina. La Monaca di Monza non rappresenta allora ognuno di noi da questo punto di vista? Non diventa forse una rappresentazione allegorica dei nostri sbagli, di quelle tentazioni che soddisfiamo per puro egoismo?
E se vogliamo proprio esagerare: Don Rodrigo, che accetta la scommessa del cugino Attilio solo per orgoglio, non è forse un “bullo ante-litteram” che, come tutti i bulli, usa la violenza e il sopruso per mascherare le proprie debolezze? Anzi, la sua viltà è addirittura duplice, dal momento che il nobiluomo non agisce da solo, ma si circonda di bravi e rissaioli che fanno il lavoro sporco al posto suo. (…)
Il nome di Alessandro Manzoni non compare sui libri di antologia in virtù di un insegnamento autoreferenziale e fine a sé stesso. Dovere dell’insegnante, inoltre, è quello di collegare le tematiche di cui il testo manzoniano è pregno a quelle che sono le esperienze quotidiane di uno studente: bisogna far capire ai più giovani che, nel loro percorso di studi, di vita o di lavoro, potranno incontrare un Don Rodrigo pronto a mettergli i bastoni tra le ruote (anche i leoni da tastiera del web sono dei “Don Rodrighi”, se vogliamo!) oppure un Fra’ Cristoforo che si prodigherà sempre in loro favore. L’importante, nella grande avventura della vita, è mostrarsi sempre forti e caparbi, proprio come Renzo.

“MILLE HAIKU E COMPONIMENTI” DI MARY POTENZA (RECENSIONE di Anna Rizzello)
Mary Potenza, bravissima insegnante elementare, esercita con amore la sua professione, andando oltre la didattica con le sue grandi doti artistiche e letterarie. Autrice di racconti e poesie, ha partecipato a diversi premi ed eventi ed è diventata famosa con la silloge “Essenza” dove esprime l’essere metafisico in tutta la sua bellezza. Il libro “Mille Haiku e Componimenti” comprende poesie brevi che descrivono la natura e gli accadimenti umani direttamente collegati ad essa. La poesia haiku utilizza poche parole, ma parla al nostro cuore, con una richiesta di attenzione e di profondità non comuni. Cristallizza i particolari nell’attimo presente spingendo il lettore in un vortice di suggestioni dalle quali esce arricchito nello spirito, nella sensibilità e nella consapevolezza. L’ermetismo dei versi ci porta ad interpretare la rivelazione poetica di Mary facendoci entrare nella sua profonda sensibilità, nell’intimo del suo essere, “nei recessi della sua anima”. È possibile, tuttavia, una interpretazione personale in cambio di un benessere intimo e di un profumo che sa di buono e di bello. I mille brevi componimenti di Mary toccano le stagioni nella loro molteplice essenza, la natura, i fenomeni atmosferici, il cielo e i suoi colori, gli uccelli festosi ed eleganti con il loro batter d’ali, il freddo, le farfalle che si rincorrono, il trascurato fiore, come nel seguente haiku:
Solo, più in là / Il trascurato fiore / vive sull’erba.
Sensibilità, amore, rispetto, passione! Questo e molto altro è la nostra poetessa! Sintetizzare in sole 17 sillabe un pensiero poetico è arduo. Ma Mary Potenza ha talento per farlo, donando a noi tutta se stessa! E questo non è poco!

LA COMMEDIA ALL’ITALIANA. IL CINEMA DI MARIO DAL BELLO
L’Agenzia dei bugiardi, diretto con sano umorismo da Volfango De Biasi, è una di quelle commedie per niente datate che strappano risate sincere e stanno tra la favola a lieto fine e l’indagine sulla società, o meglio sui rapporti interpersonali. Si sa, oggi sono fragili e qualcuno si deve inventare una agenzia per proteggere con opportune bugie i tradimenti dell’amore. Così Fred, il tecnologo Diego e l’apprendista narcolettico Paolo mettono insieme una diabolica triade che fornisce alibi ai propri clienti traditori delle proprie donne (o viceversa). Un costume assai diffuso, a quanto pare. Fred però si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), paladina della sincerità ad ogni costo, che è poi la figlia di Alberto (Massimo Ghini) un suo cliente che ha una scappatella con la stravagante Cinzia (una perfida caricatura delle starlette ad ogni costo). Il ritmo diventa da opera buffa con imprevisti di ogni genere, un notturno nel campo rom, la polizia, un gatto inferocito, e così via. La presa in giro delle velleità dei menzogneri di professione risulta piacevole e “vera”, perché una sua morale il film ce l’ha. Non sarà forse meglio smetterla con le bugie, che hanno sempre le gambe corte come dice il proverbio? E magari reinnamorarsi della propria moglie? Chissà. Sornione, brillante e furbetto, il film ce lo dice. Spumeggiante il gioco del gruppo: Giampaolo Morelli, Herbert Ballerina, Paolo Ruffini, Massimo Ghini, Alessandra Mastronardi (che potrebbe ampliare la propria gamma espressiva). Divertente nella giusta misura della gradevole commedia nostrana.

IO SONO SERENA E VI PRESENTO MIA (di Nunziante Valoroso)
Al cinema, in anteprima la fiction su Mia Martini presto su Raiuno
Serena Rossi è Mia Martini in “Io sono Mia”, il nuovo TV Movie coprodotto da Rai Fiction ed Eliseo e diretto da Riccardo Donna che, con umiltà ed amore, prova a raccontare quella che è stata senza dubbio una delle voci più grandi della musica leggera italiana del ‘900. E non poteva essere, a nostro avviso, che Serena Rossi ad interpretare Mia, fondendo insieme le sue finissime qualità di attrice e cantante, su cui non abbiamo mai avuto alcuna riserva, avendola ascoltata prima come doppiatrice e cantante nel disneyano Frozen–il regno di ghiaccio (dove è la voce della principessa Anna) e poi come straordinaria imitatrice (ma la parola è riduttiva) nel Tale e quale televisivo, e superba attrice in quel cult dei Manetti Bros che è diventato Ammore e Malavita (e dove interpreta una succosa parodia napoletana del tema di Flashdance), senza dimenticare il suo magnifico e recentissimo doppiaggio della parte cantata di Emily Blunt nel disneyano Il Ritorno di Mary Poppins. La fiction è prodotta da Luca Barbareschi che, dopo aver avuto come collega di lavoro Serena proprio in Tale e quale, non ha avuto dubbi: se il progetto su Mia Martini avesse visto la luce, l’interprete poteva essere solo lei. Artista dalla voce unica, Domenica Bertè, in arte Mia Martini, viene raccontata nel film in flashback, immaginando una sua intervista con la giornalista Sandra (Lucia Mascino), nelle 48 ore che precedono la sua esibizione/ritorno a Sanremo, nel 1989, con quel trionfo che sarà il brano Almeno tu nell’universo.
Sandra è a Sanremo, in realtà per incontrare Ray Charles, è lui che vorrebbe intervistare ma, a poco a poco, viene soggiogata dalla forte personalità di Mia e ne diventa, in poche ore, amica. Attraverso la finissima recitazione di Serena Rossi ripercorriamo gli inizi difficili da cantante jazz, il rapporto complesso e ambivalente col padre (un intenso Duccio Camerini), la storia d’amore difficile col fotografo Andrea (Maurizio Lastrico), personaggio di fantasia che echeggia il rapporto reale che Mia ebbe con Ivano Fossati, grande amore della sua vita, il periodo in cui iniziò a diffondersi la calunnia che fosse una iettatrice, col conseguente abbandono delle scene, fino al ritorno trionfale. Il regista ha ricostruito il sapore e l’atmosfera degli anni ’70 ed ’80 con precisione ed amore. Nel pressbook ha dichiarato che quello che gli interessava era l’anima di Mimì… e l’ha trovata grazie a Serena Rossi. Serena si è completamente donata a Mimì, non imitandola ma ricreandola nei piccoli gesti, negli sguardi, nelle esplosioni d’emozione, nelle interpretazioni, da lei eseguite, di evergreen come Padre davvero, Piccolo Uomo, Minuetto e la già citata Almeno tu nell’universo. Praticamente, l’attrice, coadiuvata da quella straordinaria coach che è Maria Grazia Fontana, ha realizzato, anche in video, quello che fanno i grandi doppiatori: cioè affidarsi all’attore che devono doppiare, ricreandone tutte le sfumature di recitazione, pur restando se stessi. In questo sta la chiave della sua intepretazione, che non esitiamo a definire eccezionale, immensa. Perfetta anche la ricostruzione dei luoghi come il teatro Ariston (nelle telecamere vediamo la vera Mia, mentre i primi piani, stupefacenti, sono di Serena), delle fotografie e delle copertine dei dischi. Nulla è stato lasciato al caso e tutto il cast ha risposto, con partecipazione, rispetto ed amore, affinchè il risultato finale non deludesse. Ecco allora la grintosa Loredana Bertè di Dajana Roncione, l’Alberigo Crocetta (impresario di Mimì) di Antonio Gerardi, la dolce Nina Torresi nella parte di Alba, l’amica del cuore e i bravi Corrado Invernizzi ed Edoardo Pesce che hanno saputo ricreare bene le grandi personalità di Franco Califano e Charles Aznavour, che con Mimì divise il palcoscenico dell’Olympia di Parigi. Efficace anche Enzo Paci nel ruolo di Bruno Lauzi.
Un vero peccato che Ivano Fossati e Renato Zero non abbiano concesso l’autorizzazione ad essere inseriti nella sceneggiatura (ma echi di Renato, come accade col personaggio di Andrea, si ritrovano nel personaggio di Toni da Formello, interpretato da Daniele Mariani). Grande importanza hanno poi le musiche, opera di Mattia Donna & La Femme Piège, che hanno riarrangiato ottimamente i pezzi di Mia eseguiti nel film. In conclusione, una produzione riuscita che, oltre a suscitare emozione sincera, fa venir voglia a chi la guarda di scoprire o riscoprire la discografia di Mia, ed è questo, forse, il tassello più importante di tutta l’operazione. Ma ci resta anche il desiderio di un album di Serena Rossi con tutte le canzoni che ha magistralmente interpretato nel film. È una artista completa e di talento, forse l’unica vera erede attuale di una Loretta Goggi (non dimentichiamo che è stata anche inteprete di una recente versione del Rugantino insieme ad Enrico Brignano).

PER DONAZIONI E CONTRIBUTI ALL’ASSOCIAZIONE C. RIVA:
Codice Iban: IT 10 N 08327 03231 000000006461

http://www.youtube.com/user/assclementeriva (a cura di Alessandro Flego)

PRISMA. Di Gianni Maritati. Con Ruggero Pianigiani
PER RICEVERE LA NEWSLETTER, MANDARE UNA MAIL A: G.MARITATI@TISCALI.IT

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