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PER GENTILE CONCESSIONE DEL DIRETTORE DI “CULTURA E DINTORNI””, PUBBLICHIAMO L’EDITORIALE DEL PROSSIMO NUMERO DELLA RIVISTA CHE USCIRA’ AI PRIMI DI NOVEMBRE

Disumanità e macerie (a cura di Luca Carbonara)

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La periodica disamina, quasi sommessa, nei toni non certo nelle intenzioni, animate in verità da un certo qual fervore, di ciò che accade intorno a noi, se da un lato non ha e non vuole avere la pretesa né la presunzione, né tantomeno arrogarsi il diritto, di imporsi come un’analisi sociologica o antropologica, secondo una moda ormai corrente alla quale sembra difficile sottrarsi, dall’altro risponde a un’esigenza, tanto urgente quanto legittima, di cercare di riflettere anche qui su quanto la macrorealtà, nella quale volenti o nolenti siamo tutti calati, incida su di noi influenzando le nostre vite. D’altra parte di mondo globalizzato si è parlato e si continua a parlare, ormai quasi oziosamente, da molti anni così come delle nuove tecnologie sempre più permeanti le nostre abitudini come i nostri stili di vita. C’è, ancor più, quasi un’assuefazione e direi anche una sorta di felice transito, consapevole o meno, di un numero sempre crescente di persone che vivono, alcune inizialmente recalcitranti, la maggior parte invece coscientemente beate, in un contesto ipertecnologico. E, fatti salvi gli innegabili vantaggi dello stesso progresso tecnologico, in particolare rispetto alla comunicazione, che, attenzione, ci rende tutti uguali, nel senso che tutti possono accedervi e apparire, si potrebbe dire finalmente, se non fosse però, e questo è il punto, che tutti livella verso il basso in una altrettanto beata superficialità, abbiamo superato quasi senza accorgercene molti, forse troppi, confini. La profezia di Orwell, per esempio, per quanto inquietante, è, ormai da tempo, acqua passata, nel senso che non fa più impressione, né spaventa, assuefatti come siamo alla liquefazione e all’osmosi dei rapporti come dei legami in un’ottica di progressiva trasparenza che ha portato all’annullamento delle identità come delle singolarità. E in questo contesto di realtà liquida, e liquefatta, che si traduce in cambiamenti, anche, o soprattutto, di pensiero e di opinione, non a caso sempre più rapidi e repentini, si pensi alla volatilità e volubilità delle “idee”, incombe l’attualità, la macrorealtà che con i suoi fatti, più o meno eclatanti, perlopiù impietosi e violenti, si amalgama alle miriadi di microrealtà, vale a dire alle esistenze di ognuno di noi sempre più in balia degli stessi eventi e confuse come non mai. La tragedia del terremoto, sulla bocca di tutti e su tutti i social network da settimane, giunge, solo apparentemente, come drammatico fulmine a ciel sereno a rappresentare ancora una volta un vulnus, un tragico elemento di discontinuità e di fatale rottura. Ma si tratta dell’ennesima tragedia che in quanto tale imporrebbe una forma di estremo solenne rispetto e quindi di doveroso silenzio per le centinaia di vittime innocenti se non fosse che è proprio dal torpore, da una sorta di anestesia collettiva, che l’evento giunge non inaspettato a scuotere ancora una volta come una frusta le coscienze. Sembra addirittura un vano esercizio retorico ricordare la fragilità non solo della nostra condizione umana ma anche dello stesso Paese nel quale viviamo la cui particolare conformazione geomorfologica impone la massima allerta e la massima attenzione. Il progresso, in quanto tale, e a maggior ragione nella cosiddetta epoca postmoderna nella quale viviamo, non è mai fine a se stesso e di certo quella “corsa al progresso”, celebrata dai futuristi agli inizi del Novecento, e che fu necessaria per lo sviluppo tecnologico e la modernizzazione della società, pur con le sue contraddizioni, oggi ha ben altri orizzonti cui guardare essendo ormai da tempo diventata ineludibile la questione della salvaguardia dell’ambiente pena la nostra stessa sopravvivenza. Mentre tre quarti della superficie terrestre sono occupati dalle acque dei mari e degli oceani, l’uomo vive su una sottilissima quanto fragile crosta terrestre in continua e perenne evoluzione. Il nostro sguardo dovrebbe allora elevarsi per consentirci di guardare oltre la nostra condizione che non è quella di padroni assoluti dell’universo di cui, anche rispetto al globo terrestre, abbiamo dimenticato di essere solo un’infinitesima parte. Le emissioni nocive, sempre fuori controllo, dovute alle attività antropiche dell’ultimo secolo, hanno già chiaramente dimostrato i rovinosi e dannosi effetti sia sul clima, che rischia mutamenti irreversibili, che sulla nostra stessa salute trattandosi più nello specifico dell’aria che respiriamo. La Natura non è maligna. La Natura è Madre e la terra trema perché è nella sua natura, nella sua dinamica interna di pianeta e di corpo celeste, e sta all’uomo, che ha la fortuna di abitarla, amarla e rispettarla ma prima ancora conoscerla. La dorsale appenninica, la lunga spina dorsale dell’Italia peninsulare disseminata di borghi medievali, un patrimonio umano, storico, artistico e paesaggistico unico al mondo, è una catena montuosa giovane, in continua e costante evoluzione attraversata da un complesso sistema di faglie di diversa tipologia i cui movimenti, “faglie sismogenetiche”, causa dei terremoti, rappresentano la manifestazione superficiale di dinamiche profonde. Ma i terremoti, che sono eventi naturali, come le eruzioni vulcaniche, nel nostro Paese assumono da sempre, oggi ancora più colpevolmente, i caratteri di eventi catastrofici perché non è mai stata una priorità dei tanti governi che si sono succeduti, nel corso della pur breve Storia della Repubblica, attuare una seria politica di prevenzione, troppo spesso solo annunciata, e di messa in sicurezza, la vera nota dolente, di un territorio che per decenni è stato devastato nel nome del progresso e di uno sviluppo che non è mai stato sostenibile. La politica degli annunci, delle grandi opere, come dei grandi eventi, sempre di moda, in nome di un supposto progresso, viene periodicamente concepita con l’esclusivo intento di salvaguardare gli interessi di pochi, eludendo colpevolmente da un lato le caratteristiche e le peculiarità di un territorio per sua natura fragile, dall’altro il benessere come la tutela e la salvaguardia dei diritti fondamentali della stragrande maggioranza della popolazione. E se allarghiamo lo sguardo, in una panoramica globale, a una situazione che più in generale è di incertezza e instabilità, il terremoto diventa il tragico epigono della condizione contingente nella quale sembra essere caduto il mondo intero con il genocidio in atto ad Aleppo, in quella che appare un’irreversibile spirale di barbara disumanizzazione, i muri e le barriere che si alzano ovunque e l’inopinato quanto antistorico ritorno a politiche isolazionistiche e protezionistiche. Forse, davvero, come cantava e canta ancora il grande menestrello Bob Dylan, Premio Nobel per la Letteratura 2016, dovremmo tutti fare nostri le sue strofe e i suoi versi: quante strade deve percorrere un uomo / prima di poterlo chiamare un uomo / e quanti mari deve navigare una bianca colomba / prima di dormire sulla sabbia / e quante volte debbono volare le palle di cannone / prima di essere proibite per sempre / la risposta amico soffia nel vento / la risposta soffia nel vento /…

LE DUE VEDOVE DELLA METRO
In dvd, in una scintillante edizione a due dischi, due versioni della “Vedova Allegra” (Di Nunziante Valoroso)

dvd-la-vedovaOggi il “musical” è un genere teatrale molto popolare. Il pubblico di tutto il mondo affolla i teatri dove vengono allestite rappresentazioni di “Romeo e Giulietta”, “Il gobbo di Notre Dame”, “La Bella e la Bestia”, “West side story”. Un po’ dimenticato è invece il genere di spettacolo da cui il musical deriva, l’operetta, che, tra piume, pailettes e giri di valzer, allietò i pubblici di tutto il mondo tra la seconda metà dell’ottocento e i primi trent’anni del ‘900, con le sue storie fatte di allegre melodie, sfrenati can can, affascinanti conti e spumeggianti fanciulle. Franz Lehar (1870-1948) è stato uno degli autori più celebri di questo genere musicale che, a differenza dell’opera lirica, prevedeva, oltre al canto, anche parti recitate. E la sua Vedova allegra, rappresentata per la prima volta il 30 dicembre 1905 a Vienna, è, più di ogni altro, il titolo che, per molti, resta l’operetta per eccellenza. Scritta da Lehar sulla base di un libretto di Victor Leon e Leo Stein, la Vedova, grazie alla sua popolarità ed alle sue musiche eccezionali, ha goduto di ben tre versioni cinematografiche, tutte prodotte dalla gloriosa Metro Goldwyn Mayer. Dopo una prima versione muta, diretta nel 1925 da Erich Von Stroheim ed interpretata da Mae Murray e John Gilbert, toccò al celebre regista Ernst Lubitsch, nel 1934, realizzare quella che, a detta di molti, rimane la migliore versione cinematografica, The Merry Widow, interpretata da Jeanette Mac Donald, all’epoca nel suo massimo splendore e popolarità e da Maurice Chevalier, l’affascinante chansonnier di origine francese, che dipinse un conte Danilo pieno di charme, mentre Jeanette gorgheggiava da par sua le melodie di Lehar.
Lubitsch avvolse i suoi protagonisti in un tripudio di bianchi e neri talmente affascinante da spingere il critico Guido Fink a dichiarare il film, pur essendo questo, appunto, in bianco e nero, uno dei più bei film a colori della storia del cinema. Le schermaglie amorose della ricca vedova Sonia, che ritrova il vecchio innamorato, il conte Danilo, il quale è costretto a chiedere la sua mano per salvare le traballanti finanze del suo piccolo stato, la Marshovia, sono punteggiate dalle immortali melodie di Lehar (Tace il labbro, Donne donne, donne, Viljia) e il film fu un grande successo.
Nel 1952, in piena era Technicolor e con un gruppo di produzione specializzato in grandi musical a colori, la Metro decise di rifare La vedova allegra, affidando a due dei divi più popolari del suo carnet, Lana Turner e Fernando Lamas, la parte dei protagonisti. Stavolta la ricca vedova è un’americana, Grazia Radek, già moglie di Carlo Radek, cittadino del piccolo stato della Marsovia, di cui Grazia, con la morte del marito è diventata proprietaria per oltre il 50%. Il Re di Marsovia incarica il dongiovanni Conte Danilo di corteggiare Grazia ed impalmarla per evitare il fallimento. Grazia, però, non vuole essere corteggiata per interesse e, fingendosi una ballerina di Maxim’s, fa innamorare di sé Danilo, che crede che la ricca vedova sia la dama di compagnia di Grazia, Kitty. Una volta chiarito l’equivoco e dopo qualche schermaglia amorosa, Grazia e Danilo finiranno l’uno tra le braccia dell’altra al ritmo del valzer di Lehar. Questa seconda versione della Vedova è stata sempre ritenuta, forse a torto, inferiore a quella del 1934. Molti degli spettatori nostrani, invece, la ricordano con affetto, anche grazie alla spumeggiante interpretazione della Turner che canta poco (doppiata da Trudi Erwin) una parte del valzer, mentre la gran parte delle canzoni è affidata all’affascinante Lamas, certo molto più in parte di Chevalier, almeno fisicamente. Riascoltiamo allora le belle Viljia, Notte, Donne donne donne, tutte ben doppiate in italiano, nella nostra versione, mentre la sfavillante fotografia di Robert Surtees in Technicolor fa il resto e la trama, nel suo risvolto parigino, ci regala anche uno scatenato e sfacciato can can guidato dalla celebre star di Broadway Gwen Verdon, che era la moglie del coreografo e regista Bob Fosse.
Ora, questi due classici del musical possono essere apprezzati insieme in una bella edizione a doppio dvd realizzata dalla A&R, casa a cui va il merito di riscoprire e pubblicare su dischetto classici del cinema che, altrimenti sarebbero trascurati. Utilizzando superbi master originali dell’archivo Turner, le due versioni della Vedova Allegra, appena rieditate in HD, meritano un posto nella videoteca di ogni appassionato di grande cinema che si rispetti. Nei contenuti speciali, per entrambi i film, una bella galleria fotografica, una selezione di poster e locandine, e i trailers originali di entrambi i film.

PRISMA
Di Gianni Maritati. Con la collaborazione di Ruggero Pianigiani
http://associazioneclementeriva.wordpress.com;
prismanews.wordpress.com; festadellibrodiostia.wordpress.com;
assclementeriva@gmal.com; http://www.youtube.com/user/assclementeriva;
@Ass_CRiva; tel. 380.1805830

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(LA LOCANDINA DELLA FESTA DEL LIBRO DI OSTIA E’ DI ELISA PALCHETTI)

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