CLEMENTE RIVA, VESCOVO DEL DIALOGO (1922-1999)
LA SUA VOCE, LA SUA ATTUALITA’

mons-riva-4A chi lo ricorda con affetto e riconoscenza, ma soprattutto a chi non lo ha mai conosciuto, vorrei consegnare l’immagine di mons. Clemente Riva come del “Caravaggio dell’ecumenismo”. L’ho conosciuto nella mia parrocchia di S.Monica, ad Ostia Lido, quando veniva fra noi giovani e ragazzi ad amministrare il sacramento della Cresima: per un quarto di secolo infatti mons. Riva è stato vescovo ausiliare di Roma per il settore sud, di cui fa parte Ostia. Poi, mi ha dato l’opportunità di frequentare con una borsa di studio per due anni consecutivi la “Cattedra Rosmini” a Stresa. Mi serviva per raccogliere materiale utile alla mia tesi di Laurea in Lettere moderne, dedicata ai rapporti fra Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini e in particolare al dialogo manzoniano “Dell’Invenzione”. In seguito, l’ho incontrato molte volte in coincidenza con i miei sempre più numerosi impegni professionali come giornalista. Da quel rapporto nacquero anche due lunghe interviste. La prima fu stampata e pubblicata nel libro “Insieme verso il Sinai”, dedicato al dialogo ecumenico e interreligioso nella prospettiva dell’Anno Santo del Duemila. In quella occasione mons. Riva definiva lo Spirito Santo “primo ecumenista”.
“L’esperienza mi insegna – sono sue parole – che lo Spirito Santo soffia davvero dove e quando vuole. Il ritorno all’unità dei cristiani è un cammino esaltante ma anche incerto e qualche volta veramente complesso. E’ un itinerario ricco di sorprese, che non sempre soddisfa i nostri desideri o conferma le nostre previsioni. E questo perché è lo Spirito che guida il cammino. E’ lui il primo ecumenista, è lui che ricostruisce intimamente e misteriosamente la tela strappata dell’unità dei cristiani. Dobbiamo affidarci a lui. Senza riserve. Ai nostri giorni l’ecumenismo si trova di fronte ad alcune difficoltà, soprattutto nella comprensione reciproca e nella carità fraterna. Stiamo attraversando un momento di prova e di purificazione. C’è bisogno di perdono e di riconciliazione, di conversione e di docilità all’azione dello Spirito Santo”. E ancora: “Nessuno si può rassegnare di fronte alle divisioni e alle contrapposizioni esistenti fra i cristiani. E’ ora di sbarazzarci di questa pesante eredità storica, fonte di insopportabili controtestimonianze. Divisioni e contrapposizioni sono nate dal rifiuto del “diverso” e hanno alimentato la secolarizzazione e l’indifferenza religiosa. Lavorare per l’unità dei cristiani, oltre che per la concordia fra le religioni, significa anche risanare gli squilibri di una contro-cultura che non accetta l’avvento di una società multietnica e plurireligiosa. Rischia di perdere slancio e terreno non solo la “nuova evangelizzazione” tanto predicata dal papa, ma la stessa stabilità della convivenza umana. Stabilità fondata sui valori del pluralismo e della tolleranza, della difesa dei diritti e della dignità dell’uomo”.
(da “Siamo pronti al grande appuntamento? Intervista al vescovo Clemente Riva”, in “Insieme verso il Sinai. Il dialogo ecumenico e interreligioso nella prospettiva dell’Anno santo del Duemila”, di Gianni Maritati, Edizioni Messaggero Padova, 1996)mons-riva
La seconda intervista, realizzata a casa sua con una troupe professionale, fu inserita nella videocassetta “Radice santa”, dedicata al dialogo fra cristianesimo ed ebraismo. La vhs si avvaleva anche della testimonianza dell’allora Rabbino capo di Roma, Elio Toaff. Ricordo un particolare con grande entusiasmo: durante il montaggio delle due interviste, era facile riscontrare la piena sintonia affettiva e l’armonia di vedute fra Riva e Toaff: un vescovo e un rabbino uniti dalla stessa passione per la verità, la tolleranza, l’armonia tra tutti i figli spirituali di Mosè. Diceva mons. Riva: “C’è un impegno da parte di tutti – vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli – perché si scoprano sempre di più i legami profondi, radicali, che esistono tra la fede cristiana e la fede ebraica. Perché l’ebraismo, la legge dell’Antico Testamento, è rivelazione anche per i cristiani. La storia sacra dell’Antico Testamento è storia sacra anche per noi. Non si tratta di un legame con il passato. E’ soprattutto, questo, un rapporto vivo con il popolo ebraico vivente, contemporaneo. Un rapporto che ci permette oggi di approfondire sempre di più, ebrei e cristiani insieme, il significato della Rivelazione, dell’unità di Dio, dei valori e dei messaggi contenuti nell’Antico Testamento”.
(dalla vhs “Radice Santa. Ebrei e cattolici in dialogo”, di Gianni Maritati, con interviste a mons. Clemente Riva e al rabbino Elio Toaff, AVM, Padova, 1998)
IL DIALOGO ECUMENICO E LE SUE “TAPPE NECESSARIE”
mons-riva-1976“Ma vi è un presupposto innegabile e ineliminabile ad ogni problema ecumenico e ad ogni dialogo ecumenico: l’unicità e l’unità della Chiesa di Cristo. In tutto il Vangelo, l’unicità e l’unità della Chiesa di Dio risulta di una evidenza inoppugnabile. E’ anzi uno dei punti base dell’essenza stessa del cristianesimo. Unicità significa che non esistono varie chiese di Cristo; unità indica il legame di coesione tra tutti coloro che credono in Cristo. I due termini di unicità e di unità hanno tra loro un rapporto strettissimo e si arricchiscono di significato reciprocamente. (…) Oggi, in concreto, non siamo molto avanti nei risultati dell’unione ecumenica di tutti i cristiani, tuttavia elementi fortemente positivi non si possono negare; e sono destinati ad aumentare e a produrre i frutti che Dio vorrà, se non verranno posti ostacoli dalla cattiva volontà umana, e se si resisterà a tutti i tentativi del maligno, autore sempre di discordia nelle cose buone. Ma il problema dell’ecumenismo presuppone il problema del dialogo ecumenico, che è un precedente logico e psicologico indispensabile. Vi sono delle tappe necessarie attraverso cui passare per arrivare seriamente e lealmente a qualche risultato benefico di unione. Qui vorremmo indicare tre momenti importanti di questo dialogo: 1) conoscersi e incontrarsi per dialogare e per amarsi; 2) delineare i confini del dissenso, che forse è minore di quello che appare (mons. Edelby del Patriarcato di Damasco diceva qualche giorno fa che sono lontani i tempi in cui S.Tommaso nel suo opuscolo Contra errores Graecorum elencava più di cento errori degli ortodossi, mentre in realtà ci separano due o tre punti soltanto); 3) approfondire e valorizzare al massimo ciò che unisce e ciò che è comune”.
(da “La Chiesa per il mondo”, Brescia, Morcelliana, 1964)

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LA PORNOGRAFIA DELL’INGIUSTIZIA SOCIALE
“La Chiesa rispetta l’autonomia dei vari responsabili nell’individuazione, elaborazione e attuazione delle tecniche e delle iniziative adatte e adeguate per l’amministrazione della città, ma non può essere estranea alla propria comunità umana e alle esigenze fondamentali e ai bisogni vitali di coloro che la compongono. Non può tacere su responsabilità, su squilibri, su disordini, su inconvenienti che riguardano la vita e l’integrità della persona umana. Ogni problema umano è fondamentalmente un problema morale. Vi è una pornografia di immagini, di spettacoli, di prostituzione: ma vi è anche una pornografia dell’ingiustizia e della miseria sociale; e vi è una prostituzione di individui e di gruppi ad interessi ed egoismi economici e politici. La Chiesa se non intervenisse con la forza della parola di Dio e della sua coscienza morale mancherebbe ad uno dei suoi essenziali doveri. La Chiesa perciò non può non parlare, non può non valutare e non può non scegliere secondo giustizia e carità. Che cosa ha da dire la Chiesa al mondo d’oggi? Al mondo della società romana? Che esso è inaccettabile così come è, e che l’uomo ha la vocazione di trasformarlo, affinché diventi una comunità e una famiglia di fratelli, in cui il bene comune è superiore agli interessi privati, e in cui l’attività di ognuno e le istituzioni sociali siano un servizio effettivo di giustizia e di amore fraterno. Occorre che gli uomini abbiano un forte convincimento, una speranza e una certezza, per cui si può rinnovare la situazione. Guai a cadere in una sorta di fatalismo sociale, in cui all’uomo sembri di non poter far nulla e di dover subìre le situazioni così come sono! Occorre invece che gli uomini si convincano che si può fare qualche cosa. Occorre che si rinnovino interiormente, e rinnovino la loro fede, la loro volontà, i metodi e i programmi. Altrimenti si continuerà a lamentarsi di tutto, delle cose che vanno sempre peggio, di tutti, perché tutti siamo responsabili, o degli altri, perché solo gli altri sono responsabili, senza riuscire a venire a capo di nulla e lasciando le cose come sono, anzi lasciando che scivolino sempre più verso il completo deterioramento in un cerchio chiuso o in una spirale discendente. Ad un certo punto bisogna che il mulinello si rompa e che qualcuno incominci un lavoro serio per il cambiamento dell’attuale tendenza e dell’attuale apatia e inerzia. Ora, coloro che hanno una più viva coscienza dei problemi della città e coloro che sono stati posti ad occuparsi direttamente della cosa pubblica, dovrebbero essere i primi a cominciare e a darne il buon esempio. Non basta cambiare istituzioni e modelli politici, poiché l’esperienza e l’analisi critica dei vari modelli sociali ci rendono coscienti che inconvenienti e ingiustizie si ripetono ovunque non si cambi e non si converta l’uomo. Per questo la Chiesa insiste sul cambiamento e sulla conversione radicale di tutto l’uomo, della sua coscienza, della sua mentalità, dei suoi criteri valutativi e operativi. Così le nuove iniziative saranno sostenute da una forza spirituale e morale di incalcolabile valore. (…) Il nostro è uno dei tempi forti della storia umana, sia perché le situazioni e i problemi vanno ingigantendosi sempre più, sia perché la coscienza che ne abbiamo si fa più ampia, più universale e più turbata dalle urgenze che fatti, esperienze e previsioni ci impongono. Le inchieste e gli organi di informazione rendono conto quotidianamente di condizioni anormali e di esigenze umane mortificate. Ora, vi sono conoscenze, informazioni e prese di coscienza che non possono lasciare indifferente e tranquillo nessuno perché tutti ne siamo coinvolti. Anche la realtà sociale romana, di cui facciamo oggetto di studio in questo nostro Incontro (il convegno sui “mali di Roma” del 1974, ndr), è ormai così nota nei suoi squilibri da non lasciare tranquillo e indifferente nessuno. La ragione di questo incontro sta nell’impegno di responsabilità per operarvi un cambiamento. La luce e la forza che ci spingono a ciò sono la Parola di Dio e le necessità del prossimo”.
(da “Responsabilità dei cristiani”, Roma, Libreria Editrice Leoniana, 1975)

ECUMENISMO E DIALOGO CON GLI EBREI, A ROMA
“Noi tutti, quanti siamo seguaci di Cristo, ci incontriamo e ci uniamo intorno a lui stesso. Questa unione, nei diversi settori della vita, della tradizione, delle strutture e discipline delle singole chiese e comunità ecclesiali, non può attuarsi senza un valido lavoro, che tenda alla reciproca conoscenza ed alla rimozione degli ostacoli sulla strada di una perfetta unità. Tuttavia, possiamo e dobbiamo già fin d’ora raggiungere e manifestare al mondo la nostra unità: nell’annunciare il mistero di Cristo, nel rivelare la dimensione divina ed insieme umana della redenzione, del lottare con instancabile perseveranza per la dignità che ogni uomo ha raggiunto e può raggiungere continuamente in Cristo. (…) La Diocesi di Roma, unitamente ai titoli generali, riconosce anche i titoli particolari che, in modo più immediato, la uniscono alla Comunità ebraica di Roma… Si registra a Roma una millenaria storia di convivenza tra ebrei e cristiani, storia che – pur se intessuta purtroppo di molti eventi negativi – ha creato tuttavia nella nostra Diocesi un tessuto sociale e culturale, che ha e non potrà non avere anche per l’avvenire ripercussioni nel contesto religioso”.
(da “Verso l’unità dei cristiani”, Sussidio per una pastorale ecumenica nella Diocesi di Roma, Roma, 1983)

AL CENTRO, L’UOMO
“In un numero della rivista Holding (IRI, n.8, 1982, pp.31-32) sul tema della città, furono intervistati vari studiosi, sociologi, economisti, urbanisti, politici, amministratori, ecclesiastici. Anch’io sono stato interpellato: Se lei, vescovo, dovesse disegnare una nuova città, cosa ci metterebbe al centro? Una croce? Una chiesa? Risposi con convinzione: ‘Non una croce, non una chiesa. Al centro metterei l’uomo. Una visione dell’uomo. Con tutte le sue potenzialità e i suoi bisogni, le esigenze e le aperture’. La città, infatti, tende normalmente ad essere statica e l’uomo vuole rompere l’immobilismo; pur avendo il senso del limite, ha bisogno di rapporti con gli altri e con l’Altro (Dio). Riprendendo la polemica di una relazione all’Assemblea diocesana sulla ‘Missionarietà della Chiesa in una città come Roma’, dove avevo evidenziato preoccupazioni su manifestazioni di superficialità, di spettacolarità, dove valori e contenuti spesso non esistono, un interlocutore mi rinfacciò che ero preoccupato solo dello svuotamento delle chiese. Risposi allora, che ero preoccupato sì delle chiese vuote, ma ancor più delle teste vuote”.
(da “Al centro della città metterei l’uomo”, Assisi, Cittadella, 1985)
PRISMA

Di Gianni Maritati. Con la collaborazione di Ruggero Pianigiani
http://associazioneclementeriva.wordpress.com; @Ass_CRiva; tel. 380.1805830.
prismanews.wordpress.com; festadellibrodiostia.wordpress.com;
assclementeriva@gmal.com; http://www.youtube.com/user/assclementeriva;
PER RICEVERE LA NEWSLETTER, MANDARE MAIL A: G.MARITATI@TISCALI.IT

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