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IACOPONE DA TODI, IL PRIMO “DISSIDENTE”

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Nel 1303 un ex frate francescano, scomunicato e condannato all’ergastolo, veniva liberato dopo cinque anni di reclusione in un convento umbro.
La pena gli era stata inflitta da uno dei papi più discussi della storia, Bonifacio VIII. Quel frate si chiamava Iacopone da Todi. Poeta e mistico, fiero avversario di Bonifacio VIII, Iacopone aveva appoggiato la rivolta antipapale della famiglia Colonna, finita con l’assedio e la conquista di Palestrina, roccaforte degli stessi Colonna, da parte delle milizie pontificie. Dopo tanto ardore penitenziale e tante battaglie contro la corruzione della Curia romana, Iacopone, finalmente reintegrato nella comunità ecclesiale dal nuovo papa, Benedetto XI, torna libero. E in questa ritrovata libertà, ospite delle suore clarisse nel monastero di San Lorenzo a Collazzone, fra Todi e Perugia, sembra approdare finalmente alla pace interiore.
Iacopone, il celebre autore del “Pianto della Madonna”, di tante laudi e (forse) dello “Stabat Mater”, non combatte più, non scrive più. Durante l’assedio di Palestrina aveva rivolto dure invettive contro il papa con la lauda “O papa Bonifazio, molt’ai iocato al mondo”. Ne avrebbe scritte altre tre durante la prigionia. Ma ora la sua musa sembra spenta. In realtà, Iacopone scrive ancora, se è vero che l’ultima parola della poesia è il silenzio.
Ma è un silenzio che, se da un lato ha molto da insegnare agli spiriti più sensibili, dall’altro fa soffrire gli storici della letteratura. Messo in ombra dal gigante Alighieri, Iacopone è ficcato lì giù, dietro le spalle di padre Dante, fra le prime luci della letteratura italiana: una voce piena di sdegno per la corruzione del genere umano e della Chiesa in particolare, ma anche capace di estasi dolcissime, di slanci affettuosi per il Cristo sofferente sulla Croce e per la Madre straziata dal dolore davanti al sacrificio del Figlio.
Eppure, l’interesse intorno a Iacopone resta costante, come un fiume minore ma dalla corrente continua e sicura. Le sue “Laudi” vengono riproposte in edizioni economiche e di lusso, antologiche e integrali. E al primo autore del nostro teatro, che si impone come una delle figure religiose più importanti del Duecento, vengono anche dedicati libri che rievocano la sua vita: la conversione dopo la tragica morte della moglie, l’ingresso nella grande famiglia francescana e le opere di penitenza, la partecipazione alle lotte interne alla Chiesa, la scomunica e la prigionia.
Merita, Iacopone, tutto questo interesse. Soprattutto perché proprio lui può essere indicato come il capofila di una lunga schiera di personaggi della poesia e della letteratura che possiamo definire “cristiani contro”: scrittori che hanno puntato il dito contro la Chiesa non per un senso di gratuito o furioso anticlericalismo, ma proprio perché, al contrario, l’hanno amata nel profondo, a modo loro magari, ma sinceramente, rimpiangendo la purezza del messaggio evangelico e l’eroismo dell’età apostolica. Come Dante, Girolamo Savonarola, Giordano Bruno, Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini.
Primo “dissidente cristiano”, lo Iacopone liberato scioglie nel silenzio del raccoglimento e della preghiera tutte le sue delusioni, compresa quella per l’essersi visto escluso dalla “grande perdonanza” del 1300, il primo Giubileo della storia, istituito proprio da Bonifacio VIII. Consapevole che l’uomo è posto di fronte ad una scelta radicale fra il peccato e la grazia, Iacopone ci comunica una incredibile nostalgia per l’antica giovinezza del Cristianesimo: una speranza di rinnovamento creduta possibile con l’effimero pontificato di Celestino V, ma subito soffocata dal braccio di ferro e dall’abilità politica di Bonifacio VIII.
E così, anche se avvolta dal silenzio di un chiostro, arriva fino a noi la testimonianza di un uomo che ha sognato ad occhi aperti una Chiesa rinnovata dal Vangelo, inginocchiata ai piedi della Croce, libera e povera come Francesco d’Assisi.
Una Chiesa capace di difendersi dai suoi nemici interni (quel “falso clericato” che lui detestava), ma soprattutto capace di dire, con lui: “altro che amore non pòzzo gridare”.

LE MILLE LUCI DI MAMMA RAI

Il nuovo portale della Rai ci regala Mina e la Raffa nazionale

Di Nunziante Valoroso

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È di questi giorni l’inaugurazione del nuovo portale della Rai, http://www.raiplay.it, che offre la possibilità a tutti di visionare in streaming programmi, film e serie Tv.
Ovviamente sono disponibili anche programmi attuali ma, per l’appassionato, è particolarmente succosa la sezione “I favolosi”, in cui sono già visionabili integralmente alcuni degli storici programmi che hanno fatto grande la nostra televisione. E, al primo posto, troviamo “Milleluci”, quello che rimane, per molti, IL varietà televisivo per eccellenza, trasmesso sul primo canale il sabato sera, per otto puntate, dal 16 marzo all’11 maggio 1974, presentato da Mina e Raffaella Carrà per la regia di Antonello Falqui. Fu proprio Mina a proporre Raffaella ad Antonello Falqui come show-girl.
Nel progetto originale Mina avrebbe dovuto presentare insieme ad Alberto Rabagliati che, però, venne a mancare proprio dopo aver registrato la prima puntata. Quindi, fu Mina stessa a suggerire al regista che Raffaella, oltre a ballare e cantare, presentasse insieme a lei il programma. Ogni puntata dello show era la celebrazione di una forma di spettacolo, con la partecipazione di attori e cantanti famosi che avevano dato lustro a quel preciso tipo di intrattenimento.
Grandissimo il cast dei realizzatori, dal regista Falqui, anche scrittore dello show insieme al commediografo Roberto Lerici, al direttore d’orchestra e autore delle musiche Gianni Ferrio, al coreografo Gino Landi. Le belle scenografie erano di Cesarini da Senigallia, la fotografia, in un sontuoso bianco e nero, di Corrado Bartoloni, i preziosi costumi di Corrado Colabucci. Tante le parti da ricordare: ne sottolineo qui solo alcune.
Nella prima puntata, dedicata alla radio, la dolcezza di Rabagliati che duetta con Mina; la spiritosa partecipazione di Nilla Pizzi che, sempre con la Tigre, canta Papaveri e papere; i deliziosi commenti al vetriolo di Franca Valeri; la meravigliosa musicalità del Quartetto Cetra. Nella seconda puntata, grande spazio a Napoli, nella celebrazione del Cafè Chantant, con Mina superba nell’interpretazione di “Torna Caro Ideal” e guest stars di lusso come Angela Luce, Antonio Casagrande e Mariano Rigillo, per non parlare della spiritosa sciantosa tratteggiata da Monica Vitti, mentre Gino Landi imbastisce per la Raffa nazionale una superba coreografia sulle note della “Rumba degli Scugnizzi” di Raffaele Viviani. Nella terza puntata, ecco un commovente omaggio alla rivista, con Wanda Osiris, Nino Taranto, Gino Bramieri e Mina e Raffa che duettano con Macario sulle note di “Tirami la gamba” e “Camminando sotto la pioggia”.
Nella quarta puntata, omaggio alla televisione, con le Nostre impagabili che si divertono a partecipare ad una puntata del “Rischiatutto” con il Mike nazionale che fa domande all’una sulla carriera dell’altra e guest stars di lusso come le Gemelle Kessler e Adriano Celentano. La quinta puntata è un viaggio nell’avanspettacolo, insieme a Franco e Ciccio (indimenticabile la loro riproposta di “Core ‘ngrato”), Aldo Fabrizi e Tino Scotti, che trova una spalla straordinaria in Mina stessa. Nella sesta puntata, largo al cabaret, con interventi di classe di Paolo Poli e Cochi e Renato, mentre Mina ci incanta con “Suarabaja Johnny” e Raffaella propone un brano dal musical “Sweet Charity”.
Con la settima puntata, tutti a Broadway e ad Hollywood: Mina e Raffa ripropongono il duetto di Marilyn e Jane Russell in “Gli uomini preferiscono le bionde” e si producono in varie scene tratte dai musical più belli: da antologia la Tigre nei panni della Maddalena in “Everything’s alright” da “Jesus Christ Superstar” e Raffa in quelli di Elisa Doolittle da “My Fair Lady”, in duetto con Gianrico Tedeschi. Nell’ultima puntata si celebrano, insieme, l’operetta, il circo e la commedia musicale.
Mina incanta con la sua interpretazione di “Frou frou del Tabarin”, Moira Orfei ci guida nell’affascinante mondo del tendone e, infine, un mostro sacro come Renato Rascel rievoca la sua carriera nella commedia musicale, coadiuvato dalle due padrone di casa in una commovente riproposta di alcuni dei suoi brani più famosi. Che dire? Stavolta non ci sono scuse.
La TV generalista e schiava della pubblicità può essere tranquillamente spenta e, almeno per una o due sere, ci si può rituffare in un passato recente ma ancora splendido, con due protagoniste strepitose che seppero anche, nell’occasione, aggiungere al loro curriculum due sigle che definire leggendarie è riduttivo: Raffaella con “Din don dan” apriva le danze, con le scatenate coreografie di Landi; Mina dava l’arrivederci (ed un velato addio al pubblico televisivo) accompagnata da Ferrio e la sua orchestra sulle note di “Non gioco più”, sottolineate con sapienza dalla magica armonica di Toots Thielemans, recentemente scomparso. Ciccate, guardate e sognate, le milleluci dello spettacolo vi attendono.
                                                I NOSTRI LIBRI (IDEE PER LA BIBLIOTECA)

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Di Gianni Maritati. Con la collaborazione di Ruggero Pianigiani
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