TORNA IL MAGGIO DEI LIBRI: “ABBOOKFATEVI!”

Con la Giornata mondiale del libro, celebrata il 23 aprile scorso, è iniziato ufficialmente “Il Maggio dei Libri”, la campagna nazionale che, giunta alla terza edizione, lancia lo slogan “Leggere fa crescere”. Una campagna ricca di eventi e iniziative di tutti i tipi che si possono consultare sul sito www.ilmaggiodeilibri.it: idee da imitare, manifestazioni e concorsi a cui partecipare, incontri da non perdere, una “app” da scaricare e tantissimo altro… Anche l’Associazione culturale Clemente Riva, dal 2010 promotrice della Festa del libro e della lettura di Ostia, si sente profondamente coinvolta da questa primavera culturale. Lo slogan che vogliamo lanciare è questo: “Abbookfatevi!”, “abbuffatevi di libri”. Lo abbiamo proposto durante la prima Cena socio-letteraria che l’Associazione ha voluto organizzare proprio per celebrare la Giornata mondiale del libro. Chiedendo a tutti i presenti un’offerta minima, abbiamo condiviso un momento di gioiosa “comunione gastronomica”. Non solo. Tutti i partecipanti hanno potuto scegliere tre libri fra i tantissimi messi a disposizione dai volontari della “Clemente Riva”. Come ha detto il giornalista e scrittore Salvatore Spoto, nostro speciale ospite e “anima” della serata, il libro è qualcosa di magico: ci racconta storie di ieri e di oggi, amplia la nostra esperienza, ci mette in comunicazione con i ritmi della natura e con la storia dell’uomo… Per questo non possiamo che abbuffarci di libri. L’unico “pericolo” è che possa “ingrassare” la nostra anima, ma questo è un risultato positivissimo, per noi e per il cammino della civiltà. Ed è una ricchezza che possiamo poi donare agli altri, condividere con gli altri.

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(Le foto, di Daniela Taliana e Sandro Capodiferro, si riferiscono alla Cena socio-letteraria organizzata dall’Associazione culturale Clemente Riva in occasione della Giornata mondiale del libro, il 23 aprile scorso, presso la sede del Comitato di quartiere Ostia Nord, che ringraziamo vivamente per l’ospitalità). 

LA FABBRICA DEI SOGNI: VIAGGIO NELLA STORIA DELLA ROYFILM. TERZA PUNTATA. 1960-62: TRE CLASSICI IN BARCA PER IL COMANDANTE (per tacer di un musical)

Di Nunziante Valoroso

Negli anni ‘60, la storia della carriera di Roberto De Leonardis come dialoghista toccherà vette artistiche e di successo commerciale straordinarie. In questo periodo, infatti, Roberto sarà il responsabile della versione italiana di alcuni dei film più importanti, prodotti da case come United Artists, MGM, Universal e diretti da registi come Kubrick (di cui diventerà adattatore di fiducia), Polanski, Lelouch.

ben-hur-2-1024Cominciamo dal “kolossal” per eccellenza, quel Ben Hur, uscito nel 1959, girato a Cinecittà da una MGM sull’orlo della crisi e bisognosa di un successo al box office per riprendersi. Diretto da William Wyler, remake dell’omonimo film muto del 1925, tratto da un famoso romanzo di Lew Wallace, ed interpretato da Charlton Heston, il film arriva sui nostri schermi nell’ottobre del 1960 e vi rimane per mesi e mesi di ininterrotto successo. Il doppiaggio è straordinario (Cigoli doppia Charlton Heston, la brava Haya Harareet nel ruolo di Ester ha la voce di Maria Pia di Meo, lo spietato Messala di Stephen Boyd quella di un giovanissimo ma già ottimo Glauco Onorato, Finlay Currie nel ruolo del Re Magio Baldassarre è Luigi Pavese, Jack Hawkins/Quinto Arrio è Manlio Busoni) e il Comandante escogita anche un curioso mezzo per far sì che nel copione non venga pronunciato troppo spesso il nome proprio del protagonista, “Giuda”, troppo carico di connotazioni negative nella cattolicissima Italia. Ogni qualvolta infatti Heston viene apostrofato o chiamato col nome del suo personaggio, ecco che il doppiatore italiano utilizza frasi neutre tipo “sei tu”, oppure sostantivi generici come “figlio”, “fratello”, “figliolo”. Una scelta geniale che, allo stesso tempo, evita confusioni imbarazzanti e infonde toni di calore e tenerezza nella già poetica sceneggiatura, attribuita a Karl Tunberg ma in realtà frutto di un lavoro a più mani a cui collaborò anche lo scrittore Gore Vidal (che fu incaricato da Wyler di sottolineare discretamente un pizzico di tensione erotica nel rapporto tra Ben Hur e Messala, senza che il tradizionalista Heston se ne accorgesse).

Nel frattempo Kirk Douglas, con la sua casa di produzione, la Bryna, ha messo in cantiere, coinvolgendo la Universal senza badare a spese, un film che vuole imporsi come diretto concorrente di Ben Hur e batterlo senza riserve. Si tratta di Spartacus, la storia del gladiatore che, nel periodo 73-71 a.C., guidò la rivolta degli schiavi contro il potere di Roma. In realtà, Douglas avrebbe voluto interpretare il protagonista di Ben Hur ma, quando Wyler, sorridendo, gli aveva risposto che, con la faccia che si ritrovava, al massimo avrebbe potuto fare Messala, l’attore se l’era legata al dito e si era ripromesso di realizzare un film che avrebbe battuto il colosso della MGM su tutti i fronti. Con Anthony Mann alla regia e un cast molto più stellare di quello proposto dal leone ruggente (oltre a Douglas ci sono Jean Simmons, Laurence Olivier, Peter Ustinov, Tony Curtis, John Gavin) la macchina da guerra degli schiavi era pronta a partire. I continui litigi con Mann da parte di un protagonista-produttore un po’ troppo narcisista provocarono però l’abbandono del regista e il reclutamento da parte di Douglas del giovane Stanley Kubrick, con cui egli si era trovato benissimo durante la lavorazione di “Orizzonti di gloria”. Il film riuscì benissimo ma, a conti fatti, non raggiunge i picchi emotivi di Ben Hur, anche se, al solito, il doppiaggio realizzato da De Leonardis non fa una grinza (sicuramente fu diretto dall’amico Giulio Panicali, il film venne distribuito nella primavera del 1961). Le voci sono lo stesso Panicali per Douglas/Spartaco (da brividi quando gli portano nella cella la giovane Varinia/Jean Simmons e lui urla “Non sono un animale!”), Emilio Cigoli per Olivier (Crasso), ancora Maria Pia di Meo per la Simmons, Pino Locchi per Tony Curtis (Antonino), Carlo Romano per Peter Ustinov (Batiatus), Giuseppe Rinaldi per John Gavin (Giulio Cesare). Entrambi i film saranno dei grossi successi in tutto il mondo e in Italia rimarranno nel circuito di prima visione per due stagioni incassando il primo quasi 800 milioni ed il secondo circa 600 milioni. Ben Hur porterà tra l’altro a casa un record di 11 premi Oscar, compreso quello per il miglior film, mentre Spartacus dovrà accontentarsi di sole 4 statuette, tra cui quella a Peter Ustinov come miglior attore non protagonista.

Un altro celebre “kolossal” adattato dal Comandante subito dopo questa eccezionale doppietta è Exodus, fiore all’occhiellospartacus2 del regista Otto Preminger, realizzato nel 1960 ed uscito da noi a settembre 1961. Tratto da un best seller di Leon Uris, il film narra alcuni avvenimenti connessi alla fondazione dello stato di Israele e di come un gruppo di profughi ebrei, detenuti in un campo sull’isola di Cipro, riesca ad imbarcarsi su una nave cargo e a sbarcare in Palestina, forzando il blocco inglese. Interpretato da Paul Newman (voce di Giuseppe Rinaldi), Eva Marie Saint (ancora la Di Meo) e Peter Lawford (voce di Giulio Panicali) è indubbiamente un film importante, ben scritto ed interpretato e doppiato magnificamente ma non è rimasto nella memoria come i due illustri predecessori. Il tema musicale di Ernest Gold, però, premiato con l’Oscar, divenne popolarissimo e fu inciso da innumerevoli solisti ed orchestre in tutto il mondo. È d’obbligo ricordare, poi, che sia Spartacus che Exodus devono la loro sceneggiatura al grande Dalton Trumbo, scrittore che, negli anni ’50, fu inserito nella lista nera dei nomi sospettati di adesione al comunismo e quindi costretto per anni a lavorare sotto pseudonimo. Questi due film segnarono la sua “riabilitazione” e, con essi, lo scrittore poté tornare a firmare le sceneggiature col suo nome.

Nell’ottobre del 1962 esce in Italia un altro filmone che, in patria, ha polverizzato ogni record, vincendo ben 10 Oscar, tra cui quello per il miglior film e il primo “doppio” per i suoi due registi, Robert Wise e Jerome Robbins. Parlo, come qualcuno avrà capito, di West Side Story, versione musicale e moderna della storia di Giulietta e Romeo, con le musiche di Leonard Bernstein. I Montecchi e i Capuleti diventano, nella New York degli anni ’50, le bande di quartiere degli Jets e degli Sharks mentre il novello Romeo si chiama Tony e si strugge per la sua novella Giulietta, la portoricana Maria. Grandi canzoni, con versi di Stephen Sondheim (Maria, America, Tonight, Somewhere), attori straordinari e intensi come Natalie Wood (voce italiana di Fiorella Betti), Richard Beymer (doppiato da Giuseppe Rinaldi), Rita Moreno (voce di Maria Pia di Meo), George Chakiris (voce di Pino Locchi) e Russ Tamblyn (doppiato da Cesare Barbetti) e una superba sceneggiatura di Ernest Lehman che rende quanto mai cinematografico l’impianto teatrale del soggetto; con simili presupposti il Comandante trova pane per i suoi denti e i dialoghi si distinguono per forza, incisività e west_side_storycapacità di emozionare. Straordinario e da brividi il finale con Tony che, colpito a morte, si accascia tra le braccia di Maria che gli sussurra, cantando con un filo di voce, gli ultimi versi della loro canzone Somewhere. Una simile situazione, che, per il pubblico anglosassone tocca il vertice dell’emozione in un musical, da noi sarebbe risultata ridicola. Il Comandante, con un colpo di genio ed una attenzione maniacale al labiale, ha fatto in modo che, nella nostra versione, Maria non canti ma “reciti” ritmicamente una traduzione degli stessi versi. Il rischio del ridicolo è evitato e l’emozione dell’originale è preservata. Un grande doppiaggio si ottiene anche così. I risultati al nostro botteghino di West side sono inferiori a quelli di Ben Hur (poco più di 232 milioni nelle principali città) ma il film è tra quelli che verranno rieditati più spesso, tra tutti quelli adattati dal Comandante … (continua

ATTACCAMENTOOREDi Aurelio Tumino – settima parte

Modello di attaccamento: stile o modalità di attaccamento nei confronti della Figura di Attaccamento che si sviluppa in risposta ad un preciso stile di accudimento della FdA. Se ne individuano di 4 tipi differenti (A,B,C,D). 

Il tipo C (ansioso-ambivalente). L’amore ossessivo

Eterno innamoramento e perdita di amore nello stesso tempo.

I bambini di questo gruppo sono molto angosciati e protestano come i B al momento della separazione dalla madre ma non possono essere consolati facilmente al momento della riunione, anzi continuano a piangere nonostante i tentativi della madre di consolarli. Pur cercando il contatto, poi resistono scalciando, scappando, buttando via i giocattoli e continuano ad alternare stati di rabbia a momenti in cui si stringono violentemente alla madre. Le madri appaiono imprevedibili ed incoerenti nella loro disponibilità a rispondere alle esigenze di attaccamento del bambino. Sono spesso intrusive ed ipercontrollanti, limitando fortemente la tendenza del bambino all’esplorazione autonoma dell’ambiente. Le richieste di prossimità e contatto del bambino vengono spesso frustrate e siccome non può contare sull’accessibilità sicura della madre, la osserva attentamente per cogliere qualsiasi indicazione di diminuita vicinanza e mostra subito disagio a ogni piccola separazione quotidiana o di fronte a qualsiasi minaccia di separazione. Così il piccolo tende a non allontanarsi dall’ambiente per paura di non trovare più la mamma al ritorno.Questi bambini enfatizzano le loro emozioni per attirare l’attenzione. Si ritengono vulnerabili, non si ritengono in grado di affrontare da soli i problemi, hanno un modello della figura genitoriale e degli altri minaccioso, ostile, a cui chiedere aiuto ma da cui difendersi allo stesso tempo. Questi bambini manifestano un chiaro comportamento di resistenza al contatto e all’interazione con la FdA e durante gli episodi di riunificazione con la madre fanno ricorso a quella che viene definita come “rabbia disfunzionale”, cioé manifestano rabbia e aggressività al momento sbagliato. Pur volendo essere consolati, respingono la madre manifestandole la loro ira per non aver potuto avere fiducia in lei. Sono bambini che nei primi mesi di vita esperiscono una madre imprevedibile nella risposta, ovvero propensa a manifestare un comportamento solo fisicamente affettuoso, ma non quando è il bambino a richiederlo ma quando è lei stessa che sente il bisogno di provare conforto attraverso il contatto fisico con il piccolo, quindi con un rovesciamento di “chi si prende cura di chi”. Il bambino che sperimenta una relazione con una madre imprevedibile, sviluppa una immagine di sé come di una persona che sarà amata in maniera discontinua, ad intermittenza. Il problema principale del soggetto insicuro-ambivalente è che rimane sempre nella fase dell’innamoramento. La sua ansia da separazione è sempre al massimo. Per lui/lei quello che riceve non è vero amore!

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