PRISMA di Gianni Maritati

Cultura, spettacolo e voglia di vivere (meglio)


VIAGGIO IN TANZANIA” di Simona Di Michele

Dedichiamo questo numero al reportage che la giornalista Simona Di Michele ha realizzato durante un recente viaggio in Africa

 

All’aeroporto del Cairo il tempo a disposizione per immaginare come sarà la Tanzania è veramente molto. Ritorni con la mente ai resoconti di viaggio di chi in Africa c’è stato innumerevoli volte, e avanzi delle ipotesi su quello che potrà capitarti di vivere, memore dei racconti che ti ha confidato chi ha lavorato per anni in un villaggio sperduto tra le montagne del sud, a diretto contatto con le difficoltà e le sofferenze di un popolo millenario.

Come ci si prepara ad affrontare un viaggio nella terra considerata la culla della civiltà? Quante, delle proprie convinzioni, è bene lasciare a casa, e quanto di se stessi si è disposti a mettere in gioco nel corso di un’esperienza simile? Sulla scia di queste riflessioni, arriva l’annuncio dell’apertura del gate per l’imbarco. Destinazione Dar es Salaam, il cuore della “terra delle foreste e delle savane”, l’antica Tanganica.

L’ombelico del mondo. Dar si rivela da subito una metropoli fagocitante, in frenetico movimento fin dalle 7 del mattino. La valanga di macchine e di bajaji, le rumorose apette che smarcano veloci qualsiasi cosa gli si pari di fronte, sfreccia senza sosta, un movimento paragonabile solo alla fiumana di persone che, sul ciglio della strada priva di marciapiedi, cammina a passo cadenzato, con aria indifferente. La città è un tripudio di cartelloni che pubblicizzano prodotti occidentali, i lunghi tentacoli delle multinazionali la fanno da padrone nella vendita di bibite gassate e nei servizi di telefonia mobile, senza contare gli oscuri cantieri che campeggiano ai lati dei piccoli banchi di frutta o delle botteghe improvvisate dove si vendono prodotti artigianali. Una sconfitta soprattutto per i seguaci politici del primo partito del paese, quello socialista di Nyerere, il presidente grazie al quale la Tanzania si è resa indipendente negli anni sessanta. Oggi, quei cantieri per lo più cinesi e indiani, i maggiori costruttori della zona, fanno da macabro sfondo ai tanti venditori ambulanti tanzaniani intenti a chiedere l’elemosina ai semafori rossi.

Non ci vorrà molto, nel corso del viaggio, per abituarsi all’invito incessante degli uomini e dei ragazzi che si offrono come tassisti o guide turistiche, all’aeroporto come alla stazione dei pullman e dei dala-dala (i piccoli autobus della città), e al porto, da dove partono i traghetti per Zanzibar. Avere un tassista in città, del resto, non è affatto un lusso. Il nostro punto di riferimento in questo senso è Aji, un ragazzo di circa trent’anni, dal sorriso timido e una lieve balbuzie.

I segni della città, Aji li porta tutti sul volto: tre anni fa, quando ancora faceva il tassista nelle ore notturne, ha caricato in macchina dei presunti clienti che lo hanno minacciato per portarlo in un posto isolato. Lì, dopo averlo picchiato e sfregiato con un machete, lo hanno derubato lasciandolo solo e lontano dal centro. Da allora Aji non lavora più di notte, e quando gli chiediamo qual è la tariffa per la corsa in taxi, ci guarda sorridente e dimesso: “Quanto volete”, dice in swahili. Lo incontreremo ancora durante la nostra permanenza, intanto è con il suo caloroso “Karibu Tanzania!” che riceviamo il nostro primo benvenuto.

Il pipistrello di Zanzibar. Il centro dell’isola, Stone Town, assomiglia ad una casba, per quell’intrigo di viuzze strette, con il Jaws Corner dove gli uomini si ritrovano dopo il lavoro per giocare a dama, bere e fumare assieme. Il richiamo alla preghiera del muezzin aleggia nell’aria, ed è la dolce melodia che ci fa risvegliare alle 5 del mattino sotto la zanzariera del nostro letto alla guest house dove alloggiamo. Un acquazzone improvviso, nel corso della giornata, rende le strade un manto d’acqua sudicia, ma gli abitanti non ci fanno caso, proseguono per la strada in sella alle loro biciclette o intenti a trascinare a mani nude pesanti carri ricolmi di roba.

Ali Jouss è uno zanzibarino dall’aria vissuta, ci nota dall’angolo della strada, ci parla in un buon italiano, e decide di sua iniziativa che sarebbe stata la nostra guida in città. Camminare al suo passo è praticamente impossibile. La sua falcata, apparentemente lenta, è lunga ed implacabile, e a guardarlo muoversi a quell’andatura si ha davvero l’impressione che il concetto stesso di tempo, da queste parti, abbia tutto un altro ritmo. Ali Jouss ci scorta verso l’antico mercato degli schiavi, oggi sovrastato da una chiesa anglicana, e la sua voce diventa più appassionata quando ci mostra il monumento in ricordo della schiavitù, dove sono ancora presenti le pesanti catene che stringevano collo, polsi e caviglie di migliaia di uomini e donne. Una vena di orgoglio trapela anche quando ci fa da cicerone nella residenza del sultano, e ci ricorda la storia della rivoluzione di Zanzibar, grazie alla quale è stato rovesciato il sultanato. Quando gli chiediamo della sua di storia, Ali assume un’aria più malinconica. Di fronte ad una birra, e continuando ad accendere e spegnere sigarette, ci confida che lui e il suo popolo sono arrabbiati per via della situazione politica tra Zanzibar e la Tanzania, soprattutto perché la fusione impedisce all’isola di essere totalmente indipendente. Ali, penultimo di sei fratelli, non vede prospettive rosee per il suo futuro. Vorrebbe tornare a Dar per proseguire gli studi, ma deve accudire la madre malata, e ogni progetto più lungimirante sembra spegnersi sul suo volto scavato. “Sono come un pipistrello”, conclude “Non sono né un uccello né un animale”.

Verde, azzurro e giallo. Sono i colori della bandiera della Tanzania a fornire la sintesi perfetta di tutto ciò che la natura di questo paese sa regalare. Il verde, simbolo della vegetazione, è la natura rigogliosa e gigantesca che, nella stagione delle piogge, avvolge città, villaggi di costa e paesi sperduti nell’interno del paese. Dalle piantagioni di spezie a Zanzibar, alle altissime palme da cocco sulle spiagge e tra le rovine del sultano all’isola di Kilwa, fino alle piccole foreste disseminate per il Ruaha Park durante il safari, la natura africana è esattamente come la si immagina, imponente e placida, radicata fin dentro le viscere della terra e slanciata a perdifiato dentro l’azzurro. Azzurro, appunto, il secondo colore della bandiera, quello del cielo e dell’oceano, i due elementi più stupefacenti perché letteralmente privi di confini. E su tutti, il giallo, la luce del sole che colora di mille sfumature le grandi distese delle coltivazioni di grano, le risaie, le città. Dall’alba al tramonto, la natura offre uno spettacolo unico, accompagnato dal silenzio stupito e incredulo di chi ha la fortuna di osservarlo.

Verso l’interno. Per raggiungere Nyololo, un piccolo villaggio del sud a un’ora di distanza dalla città di Iringa, sono necessarie nove ore di pullman da Dar. Durante il viaggio ci sono poche e brevissime soste, l’autista avverte sempre troppo presto con una sonora suonata di clacson che il mezzo sta per ripartire. La folle velocità in cui si viaggia diminuisce di poco solo nei punti più critici, dove le buche e la fanga della strada rischiano di bloccare le ruote. In compenso, lo scenario che si vede dal finestrino è un diversivo notevole. La bellezza dei paesaggi in Tanzania si nasconde anche nella loro diversità, il passaggio dai villaggi di costa a quelli sulle Urungu Mountains ha dell’incredibile. Si passa dalle distese di palme da cocco, dalle grandi spianate di terra verso il mare ai pericolosi tornanti di montagna e alle vallate dove si susseguono case di fango e paglia, chiuse tra le vette e le piantagioni di girasole.

Iringa è una cittadina più modesta di Dar, e se nella metropoli la gente guarda i “mzungu”, i bianchi, con curiosità e una buona dose di opportunismo, a Iringa vige di più uno stato di sottile diffidenza. Il villaggio di Nyololo accoglie le strutture della Ong catanese Cope (Cooperazione Paesi Emergenti), con la quale viaggiamo. I progetti dell’organizzazione riguardano un ospedale, la shamba (la fattoria) e un centro per bambini orfani. Nella nostra breve permanenza qui, a conclusione del viaggio, abbiamo modo di toccare con mano, abbracciandoli e coccolandoli, il bisogno di amore autentico di tanti bambini che vengono accolti in queste strutture. Per lo più orfani di madre, alcuni sieropositivi dalla nascita, è con i loro occhi nei nostri che facciamo ritorno in Italia. Portando con noi il ricordo di un viaggio verso l’interno, in tutti i sensi.


SIMONA DI MICHELE

(Le foto sono dell’autrice; per informazioni e approfondimenti: www.cope.it)

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